Gazzetta di Reggio

L’esposizione di un pensiero 

La natura nobile e tragica dell’uomo nella (non) mostra dedicata a Zavattini

La natura nobile e tragica dell’uomo nella (non) mostra dedicata a Zavattini

Fino al 9 marzo: dalla collezione di Massimo Soprani al museo temporaneo navile di Bologna  

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LUZZARA. Fermata mentre stava per inaugurare nel rispetto delle norme sanitarie, apre finalmente al pubblico “Aspettando Za-Una non mostra su Cesare Zavattini”, dalla collezione Massimo Soprani, storico segretario del giornalista, poeta, sceneggiatore, pittore, al mtn/ museo temporaneo navile di Bologna.

L'allestimento

L’allestimento ricostruisce concettualmente lo studio dell'intellettuale, l'habitat dell'uomo Zavattini attraverso una scrivania, un tabarro, un giradischi con la sua voce, una sua foto da bambino e altri cimeli che alimentano un mondo inedito di ricordi che restituisce al visitatore l'universo del grande narratore dell'essere umano. Il pubblico potrà consultare il materiale, leggere i libri, ascoltare la sua voce. Accompagnano la mostra alcune immagini realizzate con giovani studenti di Bologna che danno una nuova vita al mondo zavattiniano. Nel poema “The Cantos” Ezra Pound recita con incredibile coraggio che il “paradiso dell’uomo è la sua buona natura”, con analoga forza l’intera attività di Cesare Zavattini (Luzzara 1902, Roma 1989) ha concentrato la sua attenzione sull’essere umano e sulla sua natura nobile e tragica.

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L’essere umano

La constatazione dell’inarrestabile, progressiva, demolizione dell’essere umano, ad opera di quelli che Zavattini chiamava, con il suo caratteristico umorismo, i campioni della cultura dei pochi, è stata uno dei motivi che ha guidato tutta la sua opera, interamente tesa nell’arduo compito di trovare una strada che disincantasse questo osceno processo. I documenti autografi, i libri, le fotografie, gli appunti, i manifesti originali, ma anche la sua voce in “Non libro” e infine l’ultima opera testamento, il film “La Veritaaaà”, dove Za è sceneggiatore, regista e attore, sono gli elementi in mostra.

La scelta

Nonostante la collezione di Massimo Soprani, segretario di Zavattini a Luzzara per trenta anni, disponga di moltissime opere di pittura e incisione (inedite), si è deciso per questa prima tappa dedicata al maestro di non concentrare l’attenzione sull’aspetto prettamente artistico, bensì predisporre un territorio dove avvicinarsi al suo nucleo di pensiero. Il quale, conosciuto e approfondito nella sua stupefacente radicalità, potrà, non solo fare apprezzare maggiormente la sua ispirazione pittorica, ma offrire degli strumenti conoscitivi per decifrare l’incredibile contraddizione che vede l’essere umano autore e artefice del proprio declino.

Per comunicare visivamente la mostra e farla vivere nel complesso periodo storico che stiamo vivendo, si è deciso di fotografare giovani studenti universitari in stretto rapporto con documenti esposti. Questa relazione ha lo scopo di comprendere che oggi più che mai l’opera d’arte ha bisogno di essere attivata dall’energia degli esseri umani per concretizzarsi.

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Il saggio critico

“L’eccezionale normalità” è il titolo del saggio di Antongiulio Vergine che accompagna la mostra. «Per comprendere il pensiero di Cesare Zavattini – esordisce Vergine – impresa tutt’altro che semplice, occorre cercare di individuarne i caratteri fondamentali. Umorismo, spregiudicatezza, determinazione, schiettezza: sembrano essere questi i tratti distintivi di un uomo che non ha mai smesso di inseguire le proprie convinzioni, nemmeno una volta raggiunti la fama e il successo. Ma, a guardare bene, non sono forse gli stessi tratti che contraddistinguono il temperamento della giovinezza? Quei momenti della vita in cui il fanciullo che è in noi entra in contrasto con l’adulto che siamo diventati? Zavattini non ha mai rinunciato a questo lato dell’essere». Umorismo come «dispositivo tanto (apparentemente) leggero quanto sottile e profondo, di cui Za comprende fin da subito l’enorme potenziale». E ancora: «Il primo pensiero che verrebbe in mente... sarebbe sicuramente quello di una certa contraddizione che caratterizza la figura di Zavattini viste le profondità della sua dimensione. Aspetto, quello della contraddizione, che non viene negato neppure dallo stesso Zavattini: “Le mie contraddizioni sono tante – ammette durante un’intervista – tema ampio, perché io sono sempre stato diviso tra il desiderio di scrivere e il desiderio di vivere”.

La natura contraddittoria del suo essere, d’altronde, si plasma sulle altrettanto controverse anomalie che affliggono la nostra società, e rappresenta, di fatto, l’unico modo per riuscire ad affrontarle. Ipocrisia, corruzione, individualismo, egocentrismo: Zavattini le riassume nell’espressione della “spaventosa contraddizione”, emersa in maniera chiara ne “La notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini”, libro del 1976, ma contenuta in nuce nel suo pensiero già da molto prima. È un concetto potente, rivelatore, che mette a nudo la disonestà di chi cerca di tirarsi indietro dalle proprie responsabilità: per questo, come sostiene Gualtiero De Santi, Zavattini detesta “l’uomo ipocrita, l’uomo che si crede innocente”. Nessuno, al contrario, è esente dall’alimentare la “spaventosa contraddizione”, neppure la “categoria” degli artisti della quale egli stesso fa parte». —

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