La prima del “Barbiere” in streaming
L’opera, prodotta da I Teatri e registrata al Valli, raccontata dal regista Fabio Cherstich: «Una follia organizzata»
Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. Arriva finalmente “Il Barbiere di Siviglia” prodotto in pieno lockdown durante il mese di marzo al Teatro Valli: la Fondazione ha accarezzato fino all’ultimo il sogno di poterlo mettere in scena, in presenza di pubblico, ma non è stato possibile. Verrà quindi trasmessa domenica 11 aprile, alle ore 17 su operastreaming.com, il portale dell’opera italiana, che porta nel mondo le produzioni liriche dell’Emilia Romagna grazie alla collaborazione con Edunova-Università di Modena e Reggio Emilia.
Per l’occasione abbiamo incontrato il regista Fabio Cherstich autore di una messa in scena originale e profonda in cui il gioco teatrale domina ma in maniera aderente alla musica. L’abbiamo apprezzato l’estate scorsa sempre nell’opera rossiniana ma nella versione Operacamion davanti al Valli .
«Dopo quell’esperimento – spiega Cherstich – partivo avvantaggiato per il lavoro fatto: avere dimestichezza con la trama i personaggi, avendoli proposti nelle piazze, a persone che non l’avevano mai vista, mi ha aiutato. Sulla base di quell’esperienza ho tenuto anche delle idee che hanno funzionato come Basilio con la faccia dipinta che arriva in scena salendo da una botola... la realizzazione di movimenti coreografici da cinema muto. Ma questa volta ho fatto “raffreddare” esteticamente Rossini per restituire l’essenza della musica. Ne è uscito uno spettacolo razionale molto calibrato e ponderato, imperniato sulla nitidezza nelle immagini. In pratica ho preso alla lettera la definizione data da Stendhal dell’opera come “una follia organizzata”. Non dimentichiamo che l’opera viene creata dopo la rivoluzione francese, in un epoca illuminista in cui la ragione era lo strumento di comprensione della realtà e Figaro è un illuminista».
La preparazione e il pensiero che sta dietro al suo lavoro (ha approfondito gli studi con Elio De Capitani ed Eimuntas Nekrosius) permette a Cherstich di avere uno sguardo fresco e interessante anche perché vuole dire la sua, come del resto ha fatto fino ad ora anche nel teatro di prosa. «I caratteri dell’opera rossiniana sono ben definiti, netti, tagliati e dal punto di vista registico occorre in un certo senso formalizzare in maniera chirurgica i contenuti mettendoli un ingranaggio. Nel fare questo mi sono molto divertito: con lo scenografo e il costumista abbiamo scritto lo spettacolo in anticipo, cercando di pensare a una struttura concettuale forte come azione e immagine anche senza un’ambientazione precisa: non c’è la piazza ma solo degli oggetti; lo studio di Bartolo assomiglia a un laboratorio, ma poi tutto si trasforma in un’altra cosa e nel rispetto della dinamica spaziale sfidiamo anche la gravità. Il tutto esprime una forte fiducia nei confronti del palcoscenico dove lo spettacolo prende forma in uno spazio vuoto per finire ancora così, in quanto crolla la facciata della casa del povero Bartolo. In realtà tutti ci siamo divertiti come dei pazzi: non ci sembrava vero di fare questo lavoro. A sorreggerlo c’è voluta una grande energia corale compreso il team dei macchinisti dietro le quinte: tutti, nessuno escluso si sentivano catturati da questa specie di turbine».
Per quanto riguarda il lavoro specifico con i cantanti, il regista si è concentrato sui recitativi che portano avanti l’azione facendo in modo che si concretizzasse l’idea che ciascuno di loro aveva del proprio personaggio. «Per renderlo interessante per il pubblico, altrimenti perché uno dovrebbe andare a vedere per l’ennesima volta un Barbiere? Così il mio Figaro sgargiante, vestito da torero è una vera star, il factotum del popolo e rappresenta la classe borghese dei commercianti che entra in questo sistema di gente altolocata dando una “botta di vita” e riattivando certe dinamiche».
A questo proposito, auspicando una veloce ripresa dell’attività, Cherstich si augura che questa «botta di vita» avvenga anche nel teatro lirico italiano in cui si continua a riverire i «maestri» senza lasciar spazio e soprattutto dare fiducia - come invece ha fatto Reggio - alla generazione più giovane. «Mi viene da dire che necessitiamo proprio di un «colpo d’ascia», per citare il titolo di un libro di Thomas Bernard». —
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