Il teatro Valli ha riaperto con un Trionfo: applausi per tutti
Sul palco “Bellezza”, “Piacere” “Tempo” e “Disinganno” narrano il testo e si divertono Accademia Bizantina perfetta Dantone dirige “suonando”
Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. Invece di un finale eclatante, “Il Trionfo del Tempo e del Disinganno” di Händel si conclude in maniera sommessa, poiché Bellezza si rende conto che il Tempo la sta inesorabilmente consumando. La mirabile aria di contrizione per aver osato pensar di essere eterna “Tu del ciel ministro eletto” che appunto porta a compimento il capolavoro, esige colori pallidi e una consistenza impalpabile, poiché essa non c’è più e sta piangendo. Qui si parla di sfumature per poter restituire quella precisa espressività. Apparentemente un riposo rispetto agli ardimenti tecnici di ogni tipo, tra coloriture e virtuosismi, che la nostra Monica Piccinini ha dovuto esibire per interpretare appunto Bellezza, la protagonista di questo singolare oratorio a forte valenza simbolica. E lo ha fatto in modo superbo.
In ogni caso nobiltà e una speciale grazia sono state le caratteristiche date all’esecuzione fornita sia dagli altri tre solisti – il contralto Delphine Galou nelle vesti di Disinganno, il tenore Anicio Zorzi Giustiniani in quelle del Tempo e, nel ruolo di Piacere, il soprano Sophie Rennert – sia dai musicisti dell’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone con cui sabato sera è stato riaperto finalmente dopo mesi il Valli. E alla fine il pubblico è esploso non solo decretando il successo dell’esecuzione, ma nel contempo esprimendo tutta la piena soddisfazione per essersi di nuovo ritrovati a teatro, facendo quello che con lo streaming non si può fare: applaudire.
Dantone che era anche impegnato al clavicembalo, in un certo senso “suonava” anche l’orchestra, poiché i segni rivolti ai musicisti sembravano avere queste caratteristiche tanto erano precisi, minuti, ma essenziali per conservare leggerezza e mantenere l’equilibrio delicatissimo tra voci e strumenti: lo faceva muovendo in aria le mani e le dita come se suonasse, appunto. Nello stesso tempo ha tirato fuori quell’energia, quell’impulso ritmico che rendono questa musica decisamente incantevole. La godibilità in ogni parte ha trovato una forza speciale nel carattere che ognuno riusciva a dare, teatralizzando il più possibile il proprio personaggio attraverso il testo, cercando di... narrarlo: così la Rennert (Piacere) si mostrava volubile, incostante – mirabile la sua interpretazione di “Lascia la spina”, antesignana della celebre “Lascia ch’io pianga dal Rinaldo – mentre il Tempo e soprattutto il Disinganno se la ridevano... a proposito: quest’ultimo (nel ruolo era la Galou) ha avuto un’efficacissima lettura in quanto ben giocava con le parole legate agli “affetti” – vale a i sentimenti di barocca memoria – che lasciava trapelare dal suo viso e dal modo di cantare all’occorrenza anche molto grintoso. Bravissima. —
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