Gazzetta di Reggio

il documentario 

L’Appennino Reggiano su Rai 5 raccontato da chi lo abita (e ama)

Martina Riccò
L’Appennino Reggiano su Rai 5 raccontato da chi lo abita (e ama)

La puntata in onda stasera alle 22 nel programma “Di là dal fiume e tra gli alberi” L’autrice e regista, Lucrezia Lo Bianco: «Mostriamo la montagna più schietta»

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Martina Riccò

CASTELNOVO MONTI. «Muntaner è un’offesa, noi siamo Muntanar». Sono tante le cose che l’autrice e regista Lucrezia Lo Bianco ha imparato aggirandosi sul nostro Appennino, con gli occhi sempre rivolti alla Pietra di Bismantova. Una tra tutte la fierezza di chi quella montagna, nonostante tutte le difficoltà, non la vuole abbandonare. Ma anche l’amore di chi, nonostante tutte le difficoltà, è tornato per restare.

Per impararle a nostra volta, o solo per ricordarle, basterà accendere la televisione questa sera, intorno alle 21, e spostarsi con il telecomando su Rai 5.

Andrà in onda, infatti, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, una coproduzione di Rai5 e Rai 3, giunta alla terza edizione, che intende raccontare i luoghi del nostro Paese attraverso la voce e le suggestioni delle persone che ci vivono. Grazie allo sguardo di un autore-regista e della sua voce fuori campo, ogni puntata permette di viaggiare in mondi sconosciuti, o riappropriarsi di sapori e profumi di cui ci si era dimenticati.

La puntata di questa sera si intitola “Muntanar. L’Appennino Reggiano” (andrà in onda verso le 22 perché la prima parte del programma è sempre dedicata a documentari di natura e animali) e racconta l’universo ai piedi della Pietra. «Nelle varie interviste che ho fatto – racconta Lo Bianco – tornano sempre due temi importantissimi: la memoria e la montagna». La memoria personale e familiare, ma anche quella della Resistenza, che l’autrice, che è anche una storica, ricostruisce grazie a testimonianze raccolte sul posto e all’aiuto di Istoreco. E così ecco che si parla della “battaglia dell’acqua”, combattuta in epoca fascista dalle donne per avere acqua in paese. Ma anche di quelle rappresaglie nazi-fasciste che solo grazie a fortunate coincidenze non sono diventate storia.

E poi c’è il triste racconto di una montagna spopolata, dove, però, alcuni giovani decidono di restare – fondando anche cooperative di comunità – o addirittura di arrivare da fuori regione, come una ragazza palermitana che ha creato una residenza per artisti. A chiacchierare con Lo Bianco sono persone comuni e allo stesso tempo eccezionali (c’è pure un calligrafo), ma anche volti noti come Giovanni Lindo Ferretti e Cisco (al secolo Stefano Bellotti) dei Modena City Ramblers.

«Abbiamo girato il documentario in una settimana – racconta l’autrice e regista – lo scorso inverno. Abbiamo toccato Castelnovo Monti, Gombio, Busana, il Ventasso, il Cusna, Cerreto Alpi... Conoscevo già l’Appennino reggiano, ma l’avevo sempre frequentato d’estate. Questa volta, un po’ per la stagione, un po’ per il Covid, l’ho trovato completamente diverso. Così abbiamo potuto raccontare la montagna che non ti immagini, non quella dei turisti, ma quella sincera, nuda. La montagna che esiste, e resiste». —

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