Gazzetta di Reggio

radio clandestina ai chiostri di san pietro 

Ascanio Celestini porta in scena l’eccidio delle Fosse Ardeatine

G.B.

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REGGIO EMILIA. «Tanti andavano al cinema Iris di Porta Pia da mio nonno Giulio per farsi leggere i proclami dei tedeschi sui giornali». È un pezzo di “Radio clandestina” uno dei monologhi teatrali di maggior successo che ha lanciato la carriera di quello straordinario cantastorie che è Ascanio Celestini, che poi prosegue: «Il 25 marzo del ‘44 se ne fanno leggere uno che annuncia la morte di 320 persone: è l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Questa dell’Ardeatine è una storia che uno potrebbe raccontarla in un minuto o in una settimana. È una storia che comincia alla fine dell’800, quando Roma diventa capitale e continua negli anni in cui si costruiscono le borgate, continua con la guerra in Africa e in Spagna, con le leggi razziste del ‘38, con la seconda guerra, fino al bombardamento di San Lorenzo, fino all’8 settembre. È la storia dell’occupazione che non finisce con la liberazione di Roma». La pièce sarà in scena mercoledì alle 21 ai Chiostri di San Pietro, nell’ambito di “Restate”, proposta dalla Fondazione I Teatri per celebrare il 2 Giugno.

Quest’anno si celebrano i vent’anni dal debutto dello spettacolo, che riflette sulla storia e sulla memoria a partire da uno degli episodi più tragici dell’occupazione nazista in Italia. Quel tragico evento è il cuore di un racconto che si allarga nei tempi e nei contorni geografici; una piccola storia di Roma e d’Italia fatta di incontri e di trasformazioni urbanistiche violente, di guasti irreparabili e di ferite inferte dal fascismo. Ispirato dal libro “L’ordine è già stato eseguito” di Alessandro Portelli, Ascanio Celestini dà voce a un flusso di ricostruzioni di quella strage che costò la vita a 335 innocenti. Un racconto al tempo stesso severo per l’allestimento essenziale e lieve per l’ironia del narratore, con le musiche popolari composte da Matteo D’Agostino. Celestini riflette anche su cosa è rimasto. «La maggior parte delle strade dedicate ai morti delle Ardeatine – spiega – si trova in periferia. Perché da lì venivano tanti degli antifascisti giustiziati. Spesso in quelle strade ci sono anche delle targhe. Ognuna di loro porta scritto un nome (Antonio, Giovanni, Pasquale) e racconta qualcosa di importante, qualcosa che si dovrebbe ricordare. Passandoci accanto distratti si può però pensare raccontino una storia corta come un trafiletto nei libri di scuola. Ma se la stessa storia la si ascolta dalla voce della sorella di Antonio, del padre di Pasquale o della moglie di Giovanni, allora si trasforma in una vicenda iniziata il 24 marzo del ’44 che non potrà finire finché qualcuno ne avrà il ricordo». Sono memorie incomplete, conflittuali, irrisolte, per questo il racconto di Celestini è ancora più struggente: «Sono passati vent’anni e i miei racconti stanno ancora in quella stanza. Nei pochi metri quadrati che occupano le scenografie di tutti gli spettacoli che ho portato in scena dopo». —



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