Emanuele Anceschi presenta il suo libro “Storia di una festa mobile”
REGGIO EMILIA. Non un saggio, non un romanzo, ma un resoconto di viaggio, di pensieri, di spunti, di arte amata e ragionata. Oggi alle 17.30 a Reggio, negli spazi culturali dei Chiostri di San Pietro in via Emilia 44/C, è in programma la presentazione di "Storia di una festa mobile" pubblicato da Bré Edizioni, primo libro scritto da Emanuele Anceschi di Castelnovo Monti. Ad aprire, un’introduzione di Graziano Bottioni, docente di filosofia che ha avuto lo stesso Anceschi fra i suoi allievi. La citazione del titolo, tratta dalla “Festa mobile” di Hemingway, raccontala volontà di raccogliere ragionamenti, analisi ed emozioni differenti, proprio come nel testo dell’autore statunitense, partendo da decine e decine di citazioni e di omaggi a registi, filosofi scrittori. E dal proprio vissuto, dai tanti viaggi nell’intero pianeta compiuti sin da bimbo e proseguiti negli anni, meta dopo meta. L’ultimo elemento è quello che trattiene a terra, vicino a casa, ai legami costruiti nel tempo, la convivialità con gli amici di sempre, riassunta nell’immancabile rito collettivo dell’aperitivo.
«Parlare e confrontarsi con amici è fonte di nuove idee e nuove visioni. Per uomini che non hanno mogli né figli a carico, e senza grandi speranze di un futuro roseo e florido se mai più votato alla precarietà, l’aperitivo è uno dei pochi momenti allegri e proficui che rendono la settimana meno amara. Si alternano momenti di pure risate ad altri di confronto su diverse idee. Il tutto condito con alcol che anestetizza le ansie e i timori e rallenta i freni inibitori. Nei momenti conviviali ho trovato una preziosa fonte di ispirazione», scrive Anceschi nella prefazione. Uno degli aspetti più gustosi dell’opera è la progressiva creazione di una bibliografia consigliata, in cui compaiono i tanti autori amati e analizzati da Anceschi. Scrittori e registi uniti da un aspetto comune, la volontà di affrontare il mondo, di ragionare su di esso e sulle dinamiche che lo governano. Guardando i loro film, veniamo a conoscenza di come i loro occhi vedano il mondo. Altri registi non sono filosofi», sottolinea l’autore parlando di Kubrick, Allen, Chaplin, Anderson. —
Adr.Ar.
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