Federico Buffa in scena a Scandiano con “Due pugni guantati di nero”
L’amatissimo narratore e commentatore sportivo ricorda il gesto di Smith e Carlos: «Io sono affascinato da donne e uomini che hanno portato innovazione»
SCANDIANO. Due pugni neri al cielo, un ragazzo bianco al loro fianco. Tommie Smith e John Carlos, la protesta delle Olimpiadi di Messico 1968, «uno dei più grandi gesti silenziosi del ’900, uno dei più grandi momenti dell’antropologia dello sport».
Parte da questa immagine conosciutissima il nuovo spettacolo di Federico Buffa, amatissimo narratore e commentatore sportivo che martedì 22 giugno sarà a Scandiano per presentare “Due pugni guantati di nero”, il suo ultimo spettacolo in cui, affiancato dal pianista Alessandro Nidi, torna al 16 ottobre 1968, al momento in cui il primo e terzo classificato della finale dei 200 metri, Tommie Smith e John Carlos, accompagnano l’inno nazionale Usa con i pugni alzati e i guanti, testa bassa, piedi scalza, collanine di pietra. Al loro fianco, solidale con lo stemma del movimento per i diritti olimpici, l’australiano Peter Norman. Un momento girato in milioni di immagini, una svolta che non regalò una vita facile ai protagonisti. Buffa, autore di decine di ritratti sportivi di rara brillantezza, torna a quei giorni, per farci capire che forse non è cambiato nulla. «Parto dall’attualità», sottolinea infatti.
Da quale attualità?
«In questo periodo il gesto che fa discutere è la scelta di inginocchiarsi o meno durante l’inno prima del calcio d’inizio dell’Europeo. Il gesto arriva dal 2016, quando Colin Kapernick, quarterback dei San Francisco 49ers della Nfl (il campionato di football americano), si inginocchia durante l’inno».
Cosa accade?
«Kapernick non ha più giocato una partita, terminato il contratto non ha più avuto occasioni, fanno finta di fargli fare dei provini ma non viene mai preso, lui non giocherà mai più un minuto e lo sa».
Un legame con i pugni chiusi di Messico ’68?
«Lo è in maniera diretta. Quel gesto è stato ispirato a Kapernick dalla stessa persona che ispirò Smith e Carlos, il professor Edwards».
Chi sarebbe?
«Nel 1968 era un giovane professore di sociologia a San Josè, dove studiavano i due atleti. Nel 2016 era il responsabile del rapporto fra spogliatoio e settore tecnico dei 49ers, ed è lui che dice a Kapernick: “Penso sia il momento di fare un gesto forte”. E non sceglie un momento a caso».
L’inno. Perché?
«Edwards ha studiato le Olimpiadi di Berlino del 1936, la loro organizzazione, sa che l’inno è intoccabile, si può fare tutto senza essere interrotti e si ha la massima visibilità».
Da un mito dello sport all’altro, da Jesse Owens che vince di fronte ad Hitler alla contemporaneità?
«È un cammino che porta sino alle proteste in Minnesota per l’uccisione di George Floyd, con la presa di posizione delle stelle Nba. Non è un caso che quando Mohammed Alì muore il primo a ricordarlo è Lebron James, il più noto».
Un altro eroe del ’900?
«Alì è il primo a unire un gesto che non c’entra nulla con quel contesto all’azione sportiva, è lui a creare quella che oggi è una norma».
Un innovatore?
«Io sono affascinato da donne e uomini che hanno portato innovazione, non a caso l’altro spettacolo che porto avanti in questo periodo è dedicato a Stanley Kubrick e alla realizzazione di “2001 Odissea nello spazio”, un film che ha cambiato il cinema».
Rispetto agli altri spettacoli, questo è inevitabilmente più politico?
«Più che di politica parlerei di antropologia. La rivendicazione è antropologica, per favore ascoltate anche noi. Smith e Carlos, che avranno la vita rovinata e sono convinti che qualcuno sparerà loro durante l’inno, hanno sempre detto che a loro non interessava la politica, ma dare la voce a chi non ce l’ha».
E creano un’immagine iconica come poche.
«Come ha sempre detto Carlos, tutti hanno visto quella foto ma nessuno ci ha mai chiesto cosa ci fosse dietro. Peraltro ci sono pochissimi scatti e non sappiamo il nome dell’autore, forse aveva paura anche lui di rappresaglie». —
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