Donatella, morta di Sla il libro delle sue riflessioni di fronte al vangelo
Andrea Mastrangelo
REGGIO EMILIA. Era diventata un simbolo del coraggio, della dignità, della forza contro la malattia. Donatella Chiossi, morta un anno fa per colpa della Sla, era la testimonianza che la persona e la malattia non sono la stessa cosa. Dopo una vita passata a combattere, Donatella ha voluto essere Donatella fino all’ultimo giorno della propria esistenza. Di lei si parlerà oggi, lunedì, alle 18.30 nel chiostro della Ghiara (in via Guasco) quando sarà presentato un volume che raccoglie le sue riflessioni su qualcosa apparentemente alieno alla sua storia personale: il vangelo della domenica. “Chiudete la porta”: si intitola così questo libro che ha anche un secondo protagonista, cioé don Daniele Simonazzi, il parroco di Pratofontana che l’ha accompagnata in questo cammino condotto sotto il segno della assoluta libertà.
Donatella Chiossi moriva alla fine di giugno del 2020, dopo anni di sofferenze nei quali ha avuto vicini il marito Stefano e un gruppo di amiche e amici con i quali aveva condiviso un’esistenza di battaglie. I tempi della Fgci, la militanza comunista, il femminismo, l’impegno pedagogico a scuola. Un giorno, in seguito a una lettera scritta ai giornali dall’ex sindaco Ugo Benassi (che era suo zio) circa il rifiuto della Chiesa ai funerali di Giorgio Welby, avvenne l’incontro fra don Simonazzi e Donatella Chiossi. La proposta, in sostanza, fu questa: io ti leggo il vangelo della domenica e tu mi dici cosa ne pensi. E Donatella rispose sì, lei che non era né credente né battezzata.
Perché questo titolo al libro? Perché “chiudete la porta” era la frase che Donatella Chiossi diceva ai presenti al momento di iniziare la lettura del vangelo. Poi a esprimere un commento ci pensava lei, usando quel video sul quale fissava le parole, lettera per lettera. Il risultato è tutto raccolto negli scritti collocati in ordine cronologico, preceduti da brevi interventi, alcuni della stessa Donatella. Come quello in cui racconta l’incontro con il Papa, o quello che parla del suo rapporto con la malattia e con la morte, che sente incombente. “Io non ho mai provato rabbia verso la malattia”, scrive lei, che a provare rabbia sarebbe stata anche giustificata. E aggiunge: “Ho cercato un senso in quello che sto vivendo e sono alla ricerca costante di un equilibrio fra realtà e speranza”. Ecco, probabilmente in questo sta racchiuso il senso della testimonianza: una persona non si esaurisce nella malattia che l’affligge, la vita è ben altra cosa. —
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