«Sarò un orfano di dieci anni» ma con “La vita davanti a sè”
Silvio Orlando in scena con lo spettacolo tratto dal romanzo di Romain Gary L’appuntamento è per domani sera alle 21.30 in piazza Fiume a Scandiano
Adriano Arati
SCANDIANO. Un monologo per una storia senza tempo, in cui tutti possono ritrovarsi, un’occasione perfetta per contagiarsi nel senso più positivo del termine.
Riparte da un impegno non da poco Silvio Orlando, uno dei più noti attori italiani, che domani sera alle 21.30 sarà in piazza Fiume per interpretare “La vita davanti a sé”, tratto dall’omonimo celebre lavoro di Romain Gary. Lo spettacolo è uno degli appuntamenti principali della rassegna estiva teatrale scandianese, promossa dalla fondazione regionale Ater di cui fa parte il cinema teatro Boiardo, e sarà anticipato nella giornata precedente da una tappa a Mirandola, all’auditorium Rita Levi Montalcini.
Un ritmo sostenuto dopo la lunghissima assenza forzata, «e per noi attori e gente di teatro è il momento di tornare a contagiare, di contagiarsi con le persone che condividono i nostri spettacoli, i nostri racconti», sorride il 64enne attore napoletano, volto fra i più conosciuti degli ultimi trent’anni di cinema e teatro nostrano.
Ora si riprende con l’adattamento teatrale del romanzo “La vita davanti a sé”, in originale “La vie devant a soi”, pubblicato nel 1975 da Romain Gary con lo pseudonimo Emile Ajar. Un’opera oggi considerata un caposaldo, ma con una storia travagliata alle spalle, fra revisioni cinematografiche, premi e pure tante polemiche. Ambientato a Parigi, nel quartiere multietnico di Belleville, parla di Momò, bimbo arabo di dieci anni aiutato da Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora si occupa dei figli delle colleghe di un tempo nella sua pensioncina. Una vicenda di fragilità, di “diversi”, di presunti ultimi del mondo che miscela commozione e sorrisi.
Come si è posto di fronte a un testo così amato e così efficace?
«Devo dire che è stato un impegno non da poco, è la prima volta che affronto un monologo in cui sono completamente solo sul palco escludendo la parte musicale. E poi il narratore è un bimbo di dieci anni».
Non un soggetto semplice da interpretare?
«Bisogna cercare di entrare nei suoi panni, negli occhi di un bimbo di dieci anni che vede mille cose attorno a sé. Il testo è davvero molto bello ed efficace, anche in questo. E dire che quando Gary lo scrive è vicino ai sessant’anni, è stato davvero bravissimo».
Torniamo a Belleville, luogo che nella letteratura tanti associano al Malaussene di Daniel Pennac. Anche dieci anni prima era già perfetto per raccontare storie ai bordi?
«Credo che questa storia possa essere apprezzata da tutti, è universale nel suo raccontare le emozioni e le sensazioni dei protagonisti, nel seguirli sino a quello che poi, tutto sommato, è una sorta di lieto fine».
Si è trovato in difficoltà nell’adattarla al 2021?
«Come ho detto, la bravura di Gary rende tutto molto accessibile, è facile immedesimarsi e non credo che sia legata a un solo periodo. Non è stato semplice lavorare alla preparazione, con le varie chiusure, il lavoro plastico che noi attori dobbiamo fare non era facilitato dal dover operare sempre da soli, ma credo che il risultato sia buono».
Lo dice dalle reazioni?
«Sì, non ho mai ricevuto così tanti applausi alla fine, credo. E non è facile, i teatri non sono pieni, con le distanze forzate si ha di fronte una platea ridotta, ma è comunque bello tornare a contagiarsi. E vivere le risposte del pubblico».
È solo sul palco, ma in compagnia di tanta musica, giusto?
«Esatto, queste versioni dello spettacolo non presenteranno l’organico completo per una serie di questioni logistiche, ma vi sarà tanta musica e vi sarà una sorpresa, alla fine, in questo senso». —
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