“La potenza del grido”, musica e danza nate negli spazi vuoti dell’ex San Lazzaro
Protagonisti domani dello spettacolo-cortometraggio sette studenti dell’Istituto Peri insieme a un danzatore e a un attore
Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. In un clima di “fredda solitudine”, sottolineato dal risuonare della musica di Schubert tra i suoni gelidi delle porte delle celle che si aprono e chiudono, appare nella scena finale, come un miraggio, una misteriosa presenza femminile. Trascinando un violoncello - il cui unico suono (quello provocato dal puntale di metallo che stride o che grida? Tra la ghiaia del cortile esterno dell’ex manicomio) sembra ricordare il “gelido” accompagnamento del Suonatore dell’organetto (“…Nessuno l’ascolta, nessuno lo vede…”) che conclude il ciclo dei Lieder del Winterreise di Schubert - la seducente ragazza guarda e scruta dalla finestra all’interno dell’ala dell’edificio dove si trovano le celle, poi si allontana (“…e se venissi con te? Accompagneresti i miei canti con il tuo organetto?”), citando direttamente il copione.
Ccosì Gabrielangela Spaggiari comincia a raccontare l’esperienza che ha coinvolto sette studenti dell’Istituto Musicale “Peri” all’interno degli spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro - oggi Museo di Storia della Psichiatria -. Anzi per la sua presentazione usa le parole del copione, in quanto l’esperienza è divenuta il progetto didattico-artistico “La potenza del grido” sul quale hanno realizzato un cortometraggio (riprese e montaggio di Andrea Mainardi) che con un concerto dal vivo verrà proposto domani sera (ore 21.30) ai Chiostri di San Pietro. Vi ha lavorato con Arturo Cannistrà per la Fondazione Nazionale della Danza-Aterballetto con il regista Gabriele Tesauri; è una delle prime produzioni del Polo delle Arti cui ha aderito anche la Fondazione I Teatri. Durante la serata interverranno gli autori e gli studenti protagonisti - Alessandro Camellini, Diego Fabbi e Martino Mora, percussioni, Ennio Rossi, violino, Marco Del Prato, chitarra, Cecilia Ferrari, violoncellista - che insieme al danzatore Federico Russo interpreteranno musiche di Schubert e Zivkovic, quelle racchiuse nel cortometraggio; con loro l’attore di NoveTeatro Marco Santachiara leggerà i versi del lied Gute Nacht di Müller.
«Tre percussionisti attraverso una ricerca personale esplorano con il corpo, la voce, le mani e l’uso di battenti, gli spazi e alcuni macchinari usati in passato a fini “terapeutici” dell’ex manicomio, intrecciando un dialogo sonoro con la musica di Schubert e di Zivkovic. In quegli spazigli oggetti agiti e “risvegliati” - come il suono scricchiolante prodotto dalla porta di una cella - risuonano con la musica. Un danzatore indaga gli spazi vuoti interagendo con i suoni prodotti da quelle esplorazioni.
Lo scivolamento del suo corpo che rotola giù da una scala rappresenta la discesa nella solitudine (questa era stata la condizione sociale dei pazienti affetti da disturbi mentali) e l’espressiva bellezza del corpo seminudo, che agisce in contrasto con i muri spogli e rovinati di una cella, stride ai nostri occhi e ci emoziona».
Ma da una situazione di grande tensione, creata dall’intreccio delle grida e dei suoni prodotti durante le esplorazioni – racconta Spaggiari – si passa ad una esperienza di ascolto musicale, sino al momento in cui i tre percussionisti offriranno una esecuzione di un movimento dal Trio per uno di Zivkovic: suoni frastornanti e accompagnati molto spesso dalle urla degli esecutori stessi. Anche tanti pazienti dell’ex-ospedale psichiatrico furono rinchiusi, separati dal mondo – scrive nella presentazione la Spaggiari – l’ambiente acustico in cui vivevano era certamente abitato anche dal suono delle loro grida. Possiamo interpretare la “potenza” di tali grida come espressione dell’animale umano, come un gesto di dolore (anche fisico), di follia, gioia, stupore, paura, eccitazione, rabbia, angoscia: ogni stato d’animo può essere presente nel grido. Eppure in ogni sua manifestazione ci turba. Che cosa ci turba? Forse è proprio la sua dimensione eccessiva che ci destabilizza, perché il grido rappresenta quella parte di noi stessi che va oltre il senso della normalità, una rottura inaspettata delle consuetudini (che possiamo sentire anche nella versione di Zender nel Gute Nacht di Schubert quando all’improvviso il canto si trasforma in Sprechgesang), un aprirsi oltre il limite. O si tratta piuttosto della sua pregnanza espressiva, che arrivando direttamente nel nostro profondo, ci disorienta?
Un violinista e un chitarrista interpretano il lied Gute nacht dal Winterreise di Schubert (riproposto nel video in tre diverse versioni musicali) che ci parla di un viandante sperduto in un desolato paesaggio invernale.
Ciò in cui veniamo gettati un attimo dopo, è il vuoto, colmo di “assordante” silenzio, del corridoio ora disabitato. Per qualche attimo tratteniamo il respiro: ogni suono, ogni gesto, ogni frammento musicale prima ascoltato, risuona nella nostra memoria più pregnante di senso. —
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