Caleffi: «Vi racconto il mio Antonio Ligabue lontano anni luce dagli stereotipi della follia»
Il fondatore della Casa Museo presenta domani a Bibbiano un libro basato sui ricordi della propria famiglia che ospitò l’artista
Giulia Bassi
GUALTIERI. La nostra Bassa, pensando ai comuni che si affacciano sul Po, nonostante cambiamenti epocali, è comunque impregnata dello spirito bislacco di Antonio Ligabue. Parola di Giuseppe Caleffi, fondatore e direttore della Casa Museo “Antonio Ligabue” di Gualtieri che domani sera (ore 21) al Rossano Ranch di Bibbiano presenta il suo libro dedicato al pittore che tra gli anni Venti fino alla guerra fu ospitato e accudito dai suoi nonni e zii. Lui stesso ci mostra con orgoglio un quaderno delle elementari di Ligabue con lo schizzo di una gazzella.
Il libro “Antonio Ligabue e il mondo piccolo” - ci fa capire l’autore - proprio perché frutto di testimonianze e documenti a presa diretta, pur nella sua semplicità vuole spiegare meglio certi aspetti della personalità dell’artista spesso male interpretati come per esempio il fatto che avesse paura delle donne.
«Invece – dice Caleffi – erano le donne ad avere paura di lui e lui stesso se ne rendeva conto. Mi preme descrivere il tessuto sociale di allora, quel “mondo piccolo” di Peppone e Don Camillo. Ecco, io li avevo in casa: mio nonno Celso era socialista e mia nonna Maria cattolicissima; poi mio padre Celestino, anarchico. Hanno ospitato Ligabue come segno da una parte di sensibilità cristiana e senso politico dell’accoglienza di matrice socialista. Oltre al nonno anche suo cugino Berto e lo zio materno Ugo Sassi che tra l’altro compare tra i personaggi del film di Diritti. Questi all’epoca ha realizzato una preziosa registrazione sul pittore che fu ascoltata anche da Zavattini; purtroppo è andata perduta ma i contenuti furono tramandati. Chiaramente nel libro spiego come avviene l’incontro tra le famiglie di Berto e Celso Caleffi: un argomento centrale e delicato in quanto rivelatore della particolare sensibilità del pittore».
Il motivo nasce dalla richiesta di Antonio Ligabue di poter sistemare i suoi amati conigli. Dato che si riproducevano in fretta, dopo aver comprato loro delle gabbie li sistemava a casa di contadini e così è venuto anche da noi. Sempre gentile e mai invadente, spesso Ligabue di scordava dove aveva messo i conigli e intanto i contadini se li mangiavano e molti si facevano fare anche delle pellicce… Così quando tornava erano litigate furibonde e lui per punirsi si picchiava la fronte il naso tanto da farsi uscire il sangue».
«Nella nostra famiglia – aggiunge – siamo stati abbastanza bravi… Succedeva che quando veniva, per prima cosa accudiva le sue bestiole poi mangiava per poi appisolarsi nel fienile; durante il giorno dipingeva appoggiando le tavole sulle scale da vendemmia. Non voleva che qualcuno si avvicinasse al quadro per paura che il fiato arrivasse fino al dipinto. Come non poteva sopportare la tosse e gli starnuti. Per contraccambiare la famiglia Caleffi dell’ospitalità regalò dei quadri tra cui un autoritratto in cui si vedono i segni delle percosse che si infliggeva».
Giuseppe Caleffi con il libro “Antonio Ligabue e il mondo piccolo” intende consegnarci l’immagine di un Ligabue diverso, più vero, rispetto a quella che ci era stata trasmessa, sfatando gli stereotipi della follia. «Era folle lui – si chiede – o la società che correva alla guerra? Ho basato il libro sui ricordi dei racconti dei miei famigliari e delle persone che lo avevano conosciuto, dando agli episodi che riporto fedelmente una mia interpretazione. Naturalmente coronamento del libro è il suo messaggio artistico, sullo sfondo l'intreccio fra la vita e le vicende della mia famiglia a proposito della quale posso dire di essere stato un privilegiato.
E per concludere: «Desidero – ci dice Caleffi – citare il bellissimo epitaffio funebre scritto da mia mamma Fanny Sassi che seguì Ligabue dal suo ricovero a causa di una paresi il 1° gennaio 1963 all'Infermeria Carri fino a poche ore dalla morte avvenuta il 27 maggio 1965: «Il rimpianto del suo spirito che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore è rimasto in quelli che compresero come sino all'ultimo istante della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore». —
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