Arminio, il terremoto in Irpinia e il vuoto della modernità
Lorenzo Marchese
Indubbiamente “Lettera a chi non c’era. Parole dalle terre mosse” esce quarant’anni dopo il terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, che fece circa 3.000 morti e 280.000 sfollati fra Campania interna e Basilicata. Chiaro, il libro è firmato da Franco Arminio, narratore, “paesologo” (definizione di suo conio), attivista, per brevità poeta, che di quei luoghi della Campania, cominciando dal paese di Bisaccia, è da circa vent’anni l’abitante più originale, e dell’Italia interna l’osservatore più sensibile.
Ma sono coincidenze che non ci devono ingannare: “Lettera a chi non c’era” non è la celebrazione di un anniversario tragico, uno stanco tributo al ricordo istituzionale per le nuove generazioni (come il titolo farebbe supporre). È un’indagine ansiogena in dodici capitoli disordinati, velocissimi e insieme bisognosi di una lettura ponderata come la visita a un vecchio paese. Arminio invita a considerare il terremoto come insanabile perturbamento della Terra, speculare a una condizione umana vista quale passaggio esile fra la malattia e la morte: la pandemia da Covid-19, negli occhi dell’autore, è una conferma di questa doppia fragilità di umano e non umano. Oltretutto, non solo di Irpinia si parla, come Arminio ci ha abituato almeno da “Terracarne” (2011): i numerosi micro-capitoli in forma di reportage su altri luoghi terremotati dell’Italia contemporanea (Amatrice, Camerino, Pescara del Tronto) ci invitano a ripensare ciò che crediamo di sapere del nostro paese, a soffermarci sulla moltitudine di senso dei paesi abbandonati, a fronte del bombardamento di informazioni vuote della modernità urbana.
“Lettera a chi non c’era” non ha niente della retorica delle commemorazioni, per quanto a tratti si crogioli negli appelli alla lentezza e nelle invettive contro la modernità. Ne è immune per un motivo preciso: non si può commemorare qualcosa che non ha mai avuto termine, perché «siamo la terra in cui non si chiude mai la ferita, non finisce mai la degenza». Il terremoto crea una spaccatura privata in Arminio che, ventenne all’epoca del disastro, si è dedicato a testimoniarlo, e ha inscritto tutta la sua esistenza nel cerchio del trauma: quell’evento senza fine, che fa da orizzonte spaventoso al reale, e costringe a non parlare di nient’altro. Arminio non ha bisogno di anniversari per parlare di ciò che lo anima da sempre, nelle prose e nelle poesie di questo libro come dei tanti suoi precedenti: un epicentro di angoscia vitale, inappartenenza e sintonia con chi rimane indietro, gioia dalle macerie. Con lacerti come questo, per il tempo di una lettura, anima anche noi: «Non posso entrare nel paese e non posso uscire da me. Ma da questa doppia impossibilità è come se mi aspettassi qualcosa, la libertà che viene dal raddoppio della pena».© RIPRODUZIONE RISERVATA
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