Un po’ Sherlock Holmes e un po’ Dylan Dog l’ispettore Coliandro “sporca” la televisione
Cialtrone, faccia di bronzo e quindi imperfetto come noi Il personaggio che dopo sette stagioni ancora non annoia
francesca lenzi
Sherlock Holmes, il celebre investigatore nato dalla penna di Arthur Conan Doyle, diceva che «il cervello di un uomo si presenta inizialmente come una soffitta: occorre scegliere i mobili con cui riempirla. È sciocco colui che ci mette dentro qualsiasi oggetto». Ebbene, l’ispettore Coliandro, verosimilmente, ci sarebbe inciampato in quei mobili. Con ogni probabilità, camminando a piedi nudi, avrebbe colpito con il mignolo del piede la credenza in cucina. Che poi non si chiama mignolo il quinto dito del piede, ma minolo. Al più, mellino. Ma, alla fine, siamo tutti un po’ cialtroni come Coliandro, e allora perché preoccuparsi? Tanto ogni cosa andrà al suo posto. Dopo aver percorso in linea retta un tracciato ben disegnato. Proprio come le storie dell’ispettore creato dalla fantasia dello scrittore Carlo Lucarelli e portato sul piccolo schermo nel 2006 dai Manetti Bros. Quell’ispettore che, dopo sette stagioni abbastanza tribolate, fra pause più o meno lunghe, polemiche e quant’altro, è pronto a tornare nelle case degli italiani, con quattro episodi in onda in prima serata su Rai 2, a partire dal prossimo 15 settembre: “Intrigo maltese”, “Il fantasma”, “Il testoro nascosto”, “Kabir Bedy”. Questi i titoli delle nuove storie dove, in mezzo ai personaggi fissi, si alterneranno altre figure. Non mancheranno, ovviamente, le donne, elemento indispensabile – come il Green pass per chi vuol mangiare all’interno di un ristorante – di ogni avventura di Coliandro, uomo di legge cialtrone e sfortunato, impreparato eppure buono, ma soprattutto sbadato e incapace. Tutto vero. Come vero è che ogni volta, bene o male, Coliandro la soluzione la trova. Peccato che nessuno gliene renda merito e, anzi, spesso si ritrova a espiare davanti ai superiori per il suo agire ben poco professionale. Non solo: l’ispettore si innamora ogni volta del volto femminile di turno ma, a indagine finita, si ritrova puntualmente solo e deluso. Un po’ come un altro detective, bizzarro quanto lui: Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi nel 1986. Non è strano che vent’anni più tardi Coliandro sia apparso al grande pubblico sulla televisione?
Forse no. Chissà. Cialtroneria per cialtroneria, è indubbio il peso specifico che l’ispettore interpretato da Giampaolo Morelli ha avuto, e ha, nel mondo della tv. Così lontano dai protagonisti perfetti e senza macchia ai quali siamo abituati, Coliandro sporca felicemente lo schermo con la sua faccia sfrontata di antieroe inetto, un po’ tonto e imbottito di pregiudizi. Marco e Antonio Manetti sono bravissimi. In generale, ma in questo caso ad ambientare e dare fiato a un format ormai collaudato e amatissimo dagli spettatori. Ogni episodio di Coliandro fa storia a sé, eppure cambia sempre. A variare non è la faccia di bronzo di Morelli (uno che con i Manetti aveva girato nel 2005 l’ottimo Piano 17, per poi ribadire con Song’e Napule e Ammore e malavita), ma il registro del plot narrativo, al quale il protagonista si adegua, ispirandosi a generi diversi, che vanno dal poliziottesco al giallo italiano, fino allo spionaggio di James bondiana memoria. Stavolta, accanto ai Manetti Bros ci sarà anche Milena Cocozza che, nell’ultima edizione del Fipili Horror Festival, ha presentato il buon horror Letto N.6. Sullo sfondo, come sempre, Bologna, spesso ritratta di notte. Una città trasfigurata sulle note di Coliandro, il braccio maldestro della legge, carico di preconcetti ma in continua evoluzione, pieno di difetti, così simile a tutti noi.
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