Il romanzo ebraico riletto sotto il segno di umorismo e pìetas: «Un equilibrio unico»
Daniele Castellari presenta il suo ultimo saggio in sinagoga «La risata di Dio ci insegna a vedere il rovescio delle cose»
Chiara Cabassa
REGGIO EMILIA. «Mi permetto di raccomandare questo saggio per imparare a riconoscere il valore dell’umorismo, il valore della sua pìetas che libera la vita dall’orrida stupidità della violenza e apre al rapporto non idolatrico e vitale con l’ardua dimensione del divino al di là delle pretese di ogni credo religioso». Così Moni Ovadia nella prefazione del saggio “Non so se il riso o la pietà prevale-Umorismo e misericordia nel romanzo ebraico del Novecento” (Aliberti) di Daniele Castellari. Il libro sarà presentato domani (ore 18) nella Sinagoga in via dell’Aquila: Castellari dialogherà con Simonetta Gilioli (Istoreco). Alla vigilia dell’incontro, siamo entrati “dentro” il saggio con l’autore.
Amos Oz ha dichiarato che il vero antidoto al fanatismo è il senso dello humor. E Grossman è riuscito, partendo dai totalitarismi, a isolare una teologia della bontà. Come evitare di accostare a queste visioni le immagini che ci arrivano dall’Afghanistan?
«Eh, domanda acuta e risposta difficile. Rispetto allo stato attuale delle cose, intricato ed estremo, sia il suggerimento di Oz che riguardava l’incapacità degli estremismi ebrei e arabi a concepire un relativismo che mostrasse la possibilità di più soluzioni a un conflitto, sia l’elaborazione di Vasilij Grossman in mezzo alla bufera delle persecuzioni hitleriane e staliniane, paiono quasi un bon mot letterario. Credo che alla lunga l’umorismo come antidoto alla violenza non possa reggere se non viene soccorso dalla forma democratica o da qualche spiraglio di libertà. Può essere una salvezza morale per la singola persona che resiste, ma qui si tratta di un popolo in scacco mortale. Per stare con Dante, che va di moda quest’anno: è vero che Satana è ridicolo per la sua voluminosa figura rovesciata e i piedi per aria al posto della testa, ma il pellegrino Dante se ne accorge solo quando ha superato l’imbuto dell’Inferno e con una sorta di capriola di libertà si è trovato a camminare verso il Purgatorio, spazio delle possibilità».
Nell’introduzione si sofferma sulla differenza tra umorismo e ironia. L’umorismo insito nella cultura ebraica è leggero, profondo e “pensante”. Eppure tra le pagine emergono esempi di una bontà umile e di una pìetas spontanea, quella dei vecchi e dei bambini. Come si conciliano intelletto e istinto? Che sono poi gli elementi del titolo del libro… Prevale il riso o la pietà?
«Più della prevalenza di uno o dell’altra, mi colpisce l’equilibrio che li tiene insieme. Lo stupore che prende l’individuo allo sgorgare della propria pìetas verso un altro essere umano o verso la natura e che nasce da un’iniziale sberleffo derisorio; e viceversa, il sorriso critico che mantiene uno sguardo misericordioso, pur abbassando un giudizio troppo idealizzato. Il riso e la pietà sono inestricabili per un ebreo, poiché derivano da qualità divine, da quegli attributi apparentemente contrastanti che il Dio d’Israele ha in sé: Din, la giustizia che ci mostra il limite comico del mondo e Rahamim, la misericordia che ci ricorda la maternità di Dio e la fraternità di noi tutti sotto l’unico segno della fragilità».
Kundera cita il proverbio ebraico “L’uomo pensa, Dio ride”. È la chiave di volta?
«Sì, il romanzo ebraico ci invita a prenderci meno sul serio. E invece a prendere sul serio, fino al paradosso, le verità conclamate: non è un guaio che l’uomo pensi, ma dovrebbe chiedersi cosa e come pensa. Se si pratica lo stile umoristico, ci si accosta, nel nostro piccolo, alla risata di Dio che insegna a vedere anche il rovescio delle cose. Esempio ebraico sulla retorica della patria e della guerra, che potremmo dedicare a Gino Strada: l’ufficiale zarista urla impettito la tradizionale domanda da catechismo bellico all’improbabile fante ebreo russo: “Soldato semplice Ginsburg, perché un soldato deve morire per lo zar?”. “Già, me lo chiedo anch’io, perché?”».
Nella tradizione ebraica l’umorismo si trasfigura come il sorriso nella tragedia. Sarà perché il popolo ebraico, sempre in viaggio, è stato costretto a interrogarsi sul proprio posto nel mondo?
«Senza dubbio la situazione del nomadismo nella diaspora, anzi la condizione fondativa del nomadismo nella vita e nella cultura ha accostato gli ebrei a quella specie di doppia visione un poco strabica che è l’umorismo. Trovare una stazione e fermarsi equivale antropologicamente ad assestarsi su alcune certezze o sicurezze. Viaggiare è sempre cercare, che lo si voglia o no, e dover dare i conti con la coscienza di essere sempre minoranza. Ancor più, se alla dimensione estetica di un viaggiatore alla Ulisse confrontiamo la drammatica inquietudine di un’erranza nel deserto come quella di Abramo. All’orizzonte una terra, promessa da un Dio che non si mostra e che pare avere delle amnesie circa gli impegni assunti. Così scatta l’umorismo di Tevye il lattivendolo (“Signore Iddio, visto che aiuti tanti estranei, cosa ne dici di dare una mano anche a me, ogni tanto?”): un po’ per esorcismo, un po’ per ammiccare al Dio nascosto, un po’ per farsi compagnia con parole ripulite da amarezza e rassegnazione».
Lei parte da sette romanzi di autori (Joseph Roth, Israel Joshua Singer, Vailij Grossman, Elie Wiesel, David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua) accomunati dal filo rosso dell’umorismo intrecciato con la misericordia. Notando che questa relazione appartiene al romanzo ebraico. Come ha scelto testi e autori?
«Spero di avere dimostrato la bontà della mia tesi, e dunque se essa vale per il romanzo ebraico in generale, dovrei dire che la quantità di esempi mi ha messo in imbarazzo nella scelta. Basti pensare che manca l’ebraismo americano o la generazione più giovane del romanzo ebreo contemporaneo o l’emergente quota di scrittrici. Ma non è stato così arduo eleggere i romanzi di cui occuparsi: ho scelto i romanzi che avevano colpito la mia sensibilità in modo indiscutibile».
“Una disamina commossa e che commuove”: così Moni Ovadia sul suo saggio.
«Un grazie sentito a Moni Ovadia, che con simpatia e amicizia ha firmato la bella prefazione. D’altra parte, l’idea che la fede monoteistica, quando non si arroga vanti assolutistici, sia la miglior resistenza di fronte a qualsiasi divinizzazione del potere, è un suo cavallo di battaglia. Debbo dire con piacere che il libro ha avuto riscontri soddisfacenti, cominciando da Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma e continuando con il cardinal Ravasi che ha recensito il libro su Il Sole 24 ore. E ora l’opportunità offerta da Istoreco di presentare il libro in un luogo simbolico quale la Sinagoga. Non è solo un’idea scenografica, certamente i luoghi parlano e le parole dei romanzi risuoneranno con il deposito di una cultura millenaria che stimo profondamente».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
