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“Un ballo in maschera” su RaiPlay per immergersi nelle arie di Verdi

Giulia Bassi
“Un ballo in maschera” su RaiPlay per immergersi nelle arie di Verdi

Lo spettacolo ha chiuso il festival dedicato al compositore al Regio di Parma In scena l’originale con personaggi storicamente esistiti alla corte di Gustavo III

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Giulia Bassi

REGGIO EMILIA. Ancora una recita di “Un ballo in maschera” nel fine settimana conclusivo del Festival Verdi di Parma all’indomani dalla messa in onda da parte di Rai5 dell’opera verdiana, che ora è sempre disponibile per tutti su RaiPlay.

Il consiglio è proprio quello di vederla in quanto pregevolissima operazione in cui l’esito dello spettacolo si accompagna a un encomiabile disegno progettuale mirato alla proposizione del primo libretto di ambientazione svedese, così come concepito da Verdi per il debutto dell’opera a Napoli prima che i censori pontifici imponessero la trasposizione della vicenda nella Boston coloniale.

La vicenda ripercorre il capitolo finale dell’assassinio di Gustavo III che, salito al trono svedese nel 1772, tentò di rafforzare il proprio peso politico con una riforma governativa, ma il malcontento generato fece sì che il 16 marzo 1792 fu vittima di un attentato all’Haga Palace per opera di un ex capitano del suo reggimento reale (Jacob Johan Anckarström), mentre si preparava per un ballo mascherato.

E l’opera di Verdi originariamente prevedeva quei personaggi con quei nomi, anche se nella trama dell’opera mancava lo sfondo politico in quanto tutta giocata sul triangolo amoroso... In ogni caso in questa produzione del Festival Verdi oltre al ripristino dei nomi e del luogo, si fa riferimento alla particolarità della corte di Gustavo di Svezia, figura dalle idee aperte, liberali, colta e omosessuale.

Accanto al recupero del libretto originario, un ulteriore merito della produzione riguarda la musica, in quanto è stata utilizzata l’edizione critica della partitura (curatrice Ilaria Narici).

Inoltre, dal punto di vista della realizzazione, si tratta dell’ultimo progetto registico di Graham Vick rimasto incompiuto per la sua prematura scomparsa, dove si mette in risalto proprio quelle peculiarità del protagonista.

Da quel progetto raccolto e portato a compimento dal suo collaboratore, Jacopo Spirei ne scaturisce un interessante spettacolo imperniato su una scena fissa dominata dall’inquietante monumento funebre del Re.

Lo spazio è racchiuso da una parete circolare di un sinistro color giallastro da cui, tutt’intorno, s’affaccia lo splendido coro diretto da Martino Faggiani.

Se la regia difetta sulla “cura” dei singoli personaggi, punto di forza dello spettacolo è la direzione di Roberto Abbado che ricrea le diverse sfaccettature della musica così ricca di caratteri contrastanti; il tutto è restituito con rigore, chiarezza e senza forzature meccaniche. Abbado, nell’approfondire scolpisce quella musica traducendo perfettamente il clima dell’opera che è – per dirla con le parole del libretto – «un po’ scherzo e un po’ follia» ma anche ombra e soprattutto dramma.

In splendida forma l’orchestra, la Filarmonica Toscanini, nell’esprimere i diversi giochi timbrici mantenendo sempre un suono bello e duttile (da elogiare i soli dell’oboe e del violoncello).

Di ottimo livello il cast vocale in cui emergono autentiche eccellenze a partire dal baritono Amartuvshin Enkhabat con la sua voce piena ed avvolgente; da par suo il tenore Piero Pretti sfodera un potente squillo e una convinta espressività; Maria Teresa Leva tratteggia la figura d’Amelia nel segno di una profonda intensità; ottimo è l’Oscar di Giuliana Gianfaldoni, mentre con generosa esuberanza Anna Maria Chiuri interpreta Ulrica.

Dagli applausi scroscianti del pubblico, al termine dell’ultima recita, si coglieva un’energia particolare forse dovuta alla gioia di vedere per la prima volta, dopo quasi due anni, un teatro pieno di spettatori.

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