Gazzetta di Reggio

CORREGGIO 

Arriva Silvio Orlando ad aprire la stagione del teatro Asioli con la storia di Momò

Giulia Bassi
Arriva Silvio Orlando ad aprire la stagione del teatro Asioli con la storia di Momò

L’attore regista e interprete de “La vita davanti a sé”  «Dobbiamo dare un senso al dolore, nostro e degli altri»

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Torna al suo amatissimo teatro Silvio Orlando che inaugura stasera e domani la stagione dell’Asioli di Correggio. Lo fa in qualità di regista e interprete di “La vita davanti a sé” , tratto dall’omonimo romanzo di Romain Gary adattato per la scena dallo stesso Orlando; lo spettacolo (inizio ore 20.30) è punteggiato dagli interventi musicali dell’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre. Pubblicato nel 1975 e vincitore del Premio Goncourt, “La vita davanti a sé” è la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani. È un romanzo commovente e attualissimo che racconta di vite sgangherate e Orlando ci conduce dentro le pagine del libro con disarmante profondità. «Nella “La vita davanti a sé”, divento un bambino... come ho fatto? – si chiede –. Ho cercato di pescare dal mio intimo, dal mio vissuto e dall’esperienza di attore. Inoltre cerco di ricordare quand’ero piccolo con la mia famiglia, me per lo più mi affido alle parole piene di grazia e lievità racchiuse in questo bellissimo testo dove trovo i toni giusti per entrare nella mente di un bambino di 10 anni».

Silvio Orlando come ha scoperto il testo di Romain Gary?

«Nel 2017 mi invitarono a un festival della spiritualità dove ne lessi alcune pagine e da quel momento “La vita davanti a sé” mi è entrato nel cervello e nel cuore. Mi sono commosso subito e ho pensato tanto a come poter “entrare nelle scarpe” di questo bambino e rendere teatrale il testo. E poi l’autore: un personaggio controverso che usava vari pseudonimi come Romain Gary (il suo vero nome è Roman Kacew) e mentre con uno scriveva di questo bambino con un altro nome creava una storia sull’impotenza senile».

Chi è questo Momò?

«Siamo molto lontani dai bravi orfanelli che troviamo in tanta letteratura. Momò è un piccolo teppista, uno scugnizzo. A Parigi negli anni ’70 vive l’ansia di affrontare la vita senza un punto di riferimento. Sta nella pensione di Madame Rosa con gli orfani figli di puttane (sic): lei sarebbe la sua salvezza ma sta per morire e fa i conti con il decadimento fisico e mentale. Momò rappresenta la metafora dei bambini nati sotto una cattiva stella; per non fare una brutta fine dovrebbero incontrare qualcuno che si accorge di loro».

La storia di Momò è commovente ma anche diverte. Come può essere?

«Per la paradossale realtà dei bambini che attraverso il sogno della fantasia immaginano con ingenuità e candore altri mondi con dei pericoli ma anche tanta solidarietà. Ma Momò fa anche incontri belli tra cui con una doppiatrice del cinema, e allora s’immagina la vita come una pellicola che si può riavvolgere. Lei le ricorda sua madre che non ha mai visto. Tutta la storia è comunque un affresco commovente, straziante e disarmante».

Sul palco insieme a lei c’è un’orchestra...

«Quattro musicisti che restituiscono l’atmosfera del quartiere multietnico di Belleville. La musica funziona come un teletrasporto ma qui serve anche a far riposare il pubblico dalle mie chiacchiere».

Quale posto occupa il teatro nella sua vita?

«Il teatro rappresenta la mia libertà che ha un costo... il teatro rappresenta il mio orto in cui coltivo il cibo per i momenti difficili... ed è bello perché mi rende non ricattabile da quello che vuole il mercato».

Che cosa vuol comunicare agli spettatori con “La vita davanti a sé”?

«Rispondo con una frase di De André : “il dolore degli altri è dolore a metà...”. Ma io dico anche che gli altri popoli soffrono e non sono da meno di noi, quindi il dolore nostro è identico a quello di queste persone che lasciano tutto per cercare uno straccio di futuro.

Persone che lottano per degli affetti e tuttavia sono condannati a dosi di solitudine a volte senza speranza. Cerco di far capire che dobbiamo dare un senso ai dolori di questi nostri fratelli».



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