Gazzetta di Reggio

L’ADDIO ALLO STUDIOSO E RICERCATORE 

«Ogni angolo o stanza dei nostri Musei ha un particolare che ci ricorda Attilio»

Alessandro Gazzotti e i colleghi dei Musei Civici
«Ogni angolo o stanza dei nostri Musei ha un particolare che ci ricorda Attilio»

La lettera dei colleghi per rendere omaggio a Marchesini «Avrà pensato che adesso tocca ai noi, non deludiamolo!»

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IL RICORDO

Un paio di giorni fa guardavo per caso una vecchia stampa che ho appesa in casa e che rappresenta la Chiesa di San Francesco e quel che adesso chiamiamo Palazzo dei Musei. Di fianco, un edificio sconosciuto, con quel che sembra essere un piccolo campanile, che non riconoscevo. Allora istintivamente ho pensato: devo chiedere ad Attilio.

Difficile liberarsi di questa certezza: chiedere ad Attilio. Adesso è come inciampare e precipitare nel vuoto.

Quando piombavo in museo perché avevo bisogno di Attilio, spesso mi si diceva: era qui un attimo fa. Allora lo cercavo altrove, attraversando i corridoi, correndo su e giù dalle scale, e infilando la testa in tutti i pertugi; quando incontravo qualcuno chiedevo: dov’è Attilio? Era qui un attimo fa. Poteva andare avanti così per una mattina intera; lui era ovunque, ma sempre un attimo prima.

Sapeva far perdere le sue tracce all’occorrenza, ma soprattutto era il macchinista, quello che sapeva far funzionare tutto l’enorme meccanismo del Palazzo dei Musei, della Galleria Parmeggiani, dei Magazzini. Normale che balzasse da un posto all’altro, da una stanza all’altra, traversandola col suo enorme mazzo di chiavi, col passo svelto di chi sta inseguendo un pensiero e lo sguardo torvo. Le mani dietro la schiena e il sigaro, perenne orpello della sua figura, tratto caratteristico come la barba, la forma degli occhi, il sorriso che sempre aveva quando parlava con qualcuno che gli interessava.

Attilio è stato per me, anzi, probabilmente è opportuno dire anche per me, un mentore, un amico, un maestro. Quando ho iniziato a frequentare il museo, mi ha saputo trasmettere i codici per accedere a quell’incredibile cornucopia di cose, di persone, di eventi e di storie. La sua memoria prodigiosa gli consentiva di assimilare e conservare notizie e nozioni in modo sbalorditivo; la sua intelligenza, gli permetteva di farle sue, e di interpretarle, a volte anche colorandole, e forzandone un po’ l’autenticità. Ma questa è l’essenza del narrare: trasformare la realtà in qualcosa di ancora più vero, e soprattutto, di molto più bello.

Quando era necessario il rigore, sapeva benissimo dove trovare la precisione dello storico, e l’intuito del ricercatore. Molte sono le testimonianze scritte, sparse qua e là, del suo valore di storico e di studioso; ma Attilio amava più che scrivere l’oralità, la relazione con le persone; il suo linguaggio era preciso e modesto, sapeva rendere accessibile e interessante tutto quel che raccontava. Sempre ironico, irriverente ed empatico, sempre velato di quella malinconia che posseggono quelli che amano la vita e che a volte non si sentono ricambiati; non mi ha insegnato un mestiere Attilio, era troppo pigro, e troppo intelligente, per chiudersi nelle maglie strette di una professionalità.

Eppure era straordinariamente preciso, e non gli sfuggiva nulla. Amava improvvisare, e del resto gli veniva benissimo perché comprendeva perfettamente ogni esigenza di quell’organismo complicato che era il museo.

Non mi ha insegnato un mestiere dicevo; mi ha insegnato un’attitudine, un modo per me inedito di saper pensare e dialogare su tutti i livelli, da quello brutalmente tecnico a quello squisitamente intellettuale. Non perché si conosca ogni cosa, ma perché si conosce il Museo, e la cura del suo organismo fragile e vecchio richiede capacità di osservazione e creatività. Il Museo era la sua casa e la sua passione; non lo amava come una reliquia imbalsamata da esibire, ma anzi lo considerava un amico vivo e in salute, da presentare agli avventori e di cui gloriarsi nelle conversazioni. Così è stato attore e testimone del profondo rinnovamento portato avanti durante il trentennio della direzione di Giancarlo Ambrosetti, sempre al suo fianco; e con lo stesso spirito ha affiancato la direzione di Maurizio Festanti e di Elisabetta Farioli negli anni successivi.

Quando il museo si è trovato di fronte a sfide inedite e radicalmente innovative, lui non è mai stato inadeguato; comprendeva Attilio che il museo poteva anche cambiare abito, ma che con le adeguate soluzioni sarebbe rimasto sempre se stesso. Nessuno è rimasto indifferente alla fascinazione con cui sapeva raccontare storie sbalorditive, in cui cose apparentemente mute e prive di significato diventavano improvvisamente oggetti in cui risuonavano non solo le vicende minute della nostra città, ma i grandi flussi della storia, i personaggi e le vicende che hanno costruito gli accadimenti del mondo intero. Proprio da qui è partito il progetto del nuovo museo, che finalmente oggi si può visitare.

Nessuno ha conosciuto il museo meglio di Attilio. Ogni elenco, inventario, regesto è stato compulsato, chiosato e controllato da lui; non c’è oggetto che non porti l’impronta invisibile di una relazione passata, di un polpastrello, di uno sguardo attento.

Non c’è un frammento del portico dei marmi che non avesse studiato, compreso e infine assimilato, come fosse parte della propria storia.

E la facilità con cui narrava episodi per ciascuno, proprio ciascuno degli oggetti del museo ci dice quanto ne fosse orgoglioso.

E non dimentichiamo Luigi Parmeggiani e la sua misteriosa Galleria, che nessun altro conobbe così profondamente.

Un affabulatore, che trasformava la sua cultura vastissima in una piacevole narrazione, mai sopra le righe, come se le vicende da lui raccontate fossero sempre quelle di persone comuni, di caratteri conosciuti.

Questo è sufficiente direi per piangerlo. Ma c’è di più. Chi l’ha conosciuto lo sa. C’è la quotidianità, le chiacchiere. La nostra consueta mezz’ora di analisi politica davanti a un caffè e di confronto sulla storia e la letteratura.

I ricordi trasmessi e la memoria delle cose. Le precisazioni, le correzioni, sempre pertinenti. Un paio di libri che non gli ho restituito, tanto c’è tempo. Poi il tempo finisce.

Ma è meglio così, che s’interrompa all’improvviso: è la fine più adatta per chi ama i contrasti, e sa perfettamente, con il suo talento intuitivo e spontaneo di narratore, quando terminare il racconto.

Certo che Attilio avrebbe potuto ancora dire e fare tanto.

Ma questa forse è più una nostra frustrazione; di noi che, dall’esterno, aspettavamo che ci dicesse qualcosa di più, che ci spalancasse altre porte, fornisse nuovi spunti, aprire altre vie di ricerca. Mi piace pensare che invece, e questo è un altro suo grande pregio, Attilio abbia pensato che adesso tocca a noi. Non deludiamolo.

Alessandro Gazzotti

e i colleghi dei Musei Civici

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