Una “Giovanna d’Arco” dagli esiti alterni Bravo il soprano Yeo
Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. L’amore contrastato, il patriottismo, il rapporto padre e figlia sono tra i temi più cari a Verdi contenuti nella Giovanna d’Arco, una delle opere composte negli “anni di galera” (da lavoro forzato), con cui il compositore risponde alle commissioni da parte dei principali teatri italiani. E Verdi, all’indomani della prima al Teatro alla Scala il 18 febbraio 1845. così scrive: “È la migliore delle mie opere, senza eccezione e senza alcun dubbio”. Forse stava esagerando, diremmo noi. Sicuramente no per la musica (grezza ma dal carattere sperimentale) forse sì per il libretto del Solera, non scevro da goffaggini e per i nonsense che costellano la storia. L’opera ancora oggi si rappresenta poco, dato che richiede ottime voci (sempre rare da trovare) per i tre protagonisti alle prese con notevoli difficoltà tecniche.
Per questa prima assoluta reggiana al teatro Valli, dove non era stata mai andata in scena, l’obiettivo è solo parzialmente centrato in quanto sia lo spettacolo sia l’interpretazione vocale danno esiti alterni. In primis dalla regia statica, in conseguenza di una annunciata concezione oratoriale da parte dell’autore Paolo-Emile Fourny, è dovuto il mancato tratteggio psicologico dei personaggi. La “recitazione” non è oggetto d’attenzione da parte dei protagonisti, con l’eccezione di Vittoria Yeo nel ruolo di Giovanna.
Il soprano coreano crea davvero il personaggio angosciato dalle visioni ultraterrene e dai sentimenti contrastanti: l’amore per il re Carlo e il dissidio con il padre. Ci regala un canto espressivo attraverso una gestualità incisiva: nella sua Giovanna convivono la semplicità e la dimensione trascendentale per una prova in crescendo culminata in un finale toccante. Così restituisce il suo personaggio in modo credibile, mentre per quanto riguarda il tenore Amadi Lagha, pur avendo lo “squillo” e una voce importante, sia la sua linea di canto che il modo di fraseggiare palesano delle rigidità; parimenti il baritono David Cecconi, nel ruolo del severo padre di lei, non va nel profondo.
Sul palco in pendenza dominano sul fondo i video dentro ad una scena il cui vuoto viene in un certo senso riempito dai costumi creati da Giovanna Fiorentini: sontuosi ma ingombranti soprattutto quello del tenore caratterizzato da un pesante mantello. Sul versante musicale il direttore Roberto Rizzi-Brignoli sembra avere l’intenzione di valorizzare il carattere sperimentale dell’opera con la risposta dell’Orchestra dell’Emila-Romagna Arturo Toscanini, ma lo fa senza particolari affondi, mentre il Coro Lirico di Modena rivela qualche disomogeneità.
Apprezzamenti vanno alle coreografie di Aurélie Barre interpretate dai bravi danzatori della Agorà Coaching Project. Oggi alle 15.30 si replica.
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