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la storia 

La tragedia “noir” del re scozzese divenuto simbolo della sete di potere

Stefano Adami
La tragedia “noir” del re scozzese divenuto simbolo della sete di potere

La sanguinosa vicenda di Macbeth e di sua moglie già narrata da Boezio fu resa immortale da Shakespeare

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Stefano Adami

La cosa curiosa è che nel mondo anglosassone, in cui si originò e fu scritta per la prima volta, nessuno mai la chiamerà con il suo nome intero. Da nessuno mai sentirete dire “The tragedy of Macbeth”. Ognuno vi dirà invece “The Scottish play”, l’opera teatrale scozzese. Perché negli ambienti teatrali, e non solo, è invalsa ormai da gran tempo l’irrazionale credenza che pronunciare il nome Macbeth porti sfortuna. Superstizione? Ma si vede poi nella storia che superstizioso lo era anche lo stesso Macbeth. E faceva bene.

L’origine della leggenda sul titolo impronunciabile è certo da ritrovare nella trama dell’opera. Opera alla Tarantino, brutale e sanguinosa fino all’ultimo. Quasi nessuno scampa. Tutto è immerso nel sangue e nelle pugnalate. La storia vuole anche che, nel mettere in scena la tragedia ci siano poi state, nel tempo, morti improvvise di attori. Crolli di teatri. Disastri vari. Abbastanza, insomma, per portare la gente di teatro a credere che l’opera fosse di gran malaugurio. E che fosse quindi meglio aggirare linguisticamente l’ostacolo.

Il vecchio Shakespeare trovò la storia tra le pagine delle opere storiche sull’isola britannica di Raphael Holinsed, a cui si ispirava spesso. Disponeva anche di una seconda versione dei fatti, narrata dal grande filosofo scozzese Boezio. Entrambe le fonti, nella lettura scespiriana, erano ottime narrazioni che dimostravano gli effetti negativi dell’ambizione sfrenata, della cieca brama di potere e della ricerca di affermazione ad ogni costo. Prima o poi, sono cose che chiedono d’essere pagate dal tribunale della coscienza. Fin dalle prime battute, inoltre, la storia di Macbeth è un’opera nera, nera come il suo cuore.

Il testo di Shakespeare si apre durante una tempesta, in un arido, brullo paesaggio della Scozia del basso Medioevo. Tre streghe si sono date appuntamento nel tuono, nel lampo, nella pioggia di quel momento, per ricordarsi che il prossimo incontro lo faranno davanti al generale Macbeth, condottiero scozzese. Da loro Macbeth viene a sapere che, in futuro, sarà re al posto dell’attuale monarca, Duncan. La profezia dice anche, però, che il suo amico Banquo, che lo accompagna, sarà padre di re. Le streghe mettono in tal modo dentro l’animo di Macbeth il tarlo del futuro, l’ossessione violenta di realizzare la loro profezia. Il generale scrive alla moglie dell’incontro con le streghe, ed è con quella lettera che inizia la vera tragedia. Il dramma è infatti un lungo sguardo dentro la vita interiore di Macbeth e della moglie, di come le loro due coscienze vengano radicalmente stravolte dal desiderio, instillato in loro dal mondo soprannaturale, o dalla loro follia, di affermazione e di potenza. Lady Macbeth prende le redini degli eventi. Propone dunque al marito, sempre indeciso ed insicuro, di invitare il re nel loro castello di Inverness, e lì di pugnalarlo. L’uccisione con le proprie mani fa quasi impazzire il generale, che rimane in sé solo grazie alla controllatissima forza d’animo della moglie.

Il nuovo re però crolla ogni giorno sempre di più dinanzi all’orrore che lui e la moglie hanno perpetrato. Come i pazzi, parla alle ombre. Torna ancora dalle streghe, terrorizzato, e queste gli dicono che non sarà in pericolo fino a quando non muoverà contro di lui l’intera foresta di Birnam. L’omicida è tranquillo, come sarebbe mai possibile essere attaccato da una foresta? Ma le cose precipiteranno verso l’inevitabile finale.

Dai tempi di Boezio la fosca storia di Macbeth è rimasta un’immagine ammonitrice di ciò che succede quando l’uomo silenzia la propria coscienza per raggiungere i propri obiettivi. A un certo punto, Macbeth capisce benissimo qual è il suo errore principale. Egli ha creduto che tutto è possibile, tutto è permesso per affermare il proprio valore personale e la propria presenza in una vita che ha senso proprio in funzione di sé, dell’affermazione e della supremazia del proprio io. Invece, nel momento della più profonda visione, Macbeth deve ammettere, nel suo più famoso monologo, che «la vita non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo (...) una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia, che non ha nessun significato».

E noi vediamo in ogni epoca, in ogni ambiente, rinnovarsi il destino cruento di Macbeth, dell’uomo senza accettazione e senza misura.

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