Gazzetta di Reggio

L’intervista 

«Pier Vittorio Tondelli un fratello maggiore incontrato troppo tardi e perso troppo presto»

Giulia Bassi
«Pier Vittorio Tondelli un fratello maggiore incontrato troppo tardi e perso troppo presto»

Il ricordo di Gabriele Romagnoli, stasera al Teatro Ariosto protagonista di un convegno con Ligabue e Spadaro

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Giulia Bassi

REGGIO EMILIA. «Vidi su Panorama l'annuncio di Under 25, la raccolta per cui Pier Vittorio cercava racconti. Risposi mandandone tre. Mi arrivò la sua telefonata: ne aveva scelto uno e l'avrebbe pubblicato. Fu una grande emozione. Aggiunse che anche un altro gli era piaciuto, ma aveva bisogno di editing, nel primo bastava invece cambiare una parola. Quella correzione e quelle suggerite all'altro racconto furono la più riuscita lezione di scrittura a cui abbia mai partecipato. Era gentile, quasi timido, al tempo stesso deciso. La sicurezza gliela dava la sua passione letteraria, la sapienza accumulata in breve periodo. Ci vedemmo a una presentazione e rimanemmo in contatto. Divenni giornalista e l'intervistai un paio di volte. Andai a trovarlo, a Milano poi a Correggio. Mi guardava con una tenerezza da fratello maggiore. Io che non l'ho avuto, un fratello, pensavo e penso ancora a lui così: un fratello maggiore incontrato troppo tardi e perso troppo presto». Così Gabriele Romagnoli, giornalista di Repubblica e Robinson, tra i protagonisti del convegno “Pier Vittorio Tondelli non era invidioso” racconta del primo incontro con lo scrittore reggiano di cui il 16 dicembre ricorrono i trent’anni dalla morte. Al convegno, questa sera (ore 21) al Teatro Ariosto, parteciperanno anche Luciano Ligabue e Antonio Spadaro, direttore di “Civiltà Cattolica”.

Romagnoli, quali erano i suoi sogni quando ha incontrato Tondelli? Si sono realizzati? E qual è stato il ruolo di Tondelli?

«Da grande volevo scrivere. Giornalista e autore di libri. A 25 anni molti treni erano passati. Il piano B, con la laurea in giurisprudenza, era una professione legale. Ma non avevo più l'energia per studiare e superare gli esami da avvocato e magistrato. Vinsi un concorso per l'ufficio legale di una grande banca, ma non mi presentai. Non avessi scritto per vivere, non avrei riconosciuto la mia vita. Dunque mi è andata bene, ho avuto fortuna: anni dopo vinsi il concorso di un grande giornale. E poi cominciai, nelle notti in redazione, a scrivere racconti. Tondelli mi aveva insegnato due cose fondamentali: che c'era un qualche valore in quel che scrivevo e che dovevo sorvegliare le parole. Tutti si credono qualcosa, molti si credono scrittori, occorre un timbro di garanzia, il “visto si stampi” di chi sa e lui era uno di quelli. Gli devo la fiducia in me stesso, che è tantissimo. Senza arroganza, che la distrugge dall'interno».

Tondelli è apparso all'inizio come un grande, innovativo interprete del suo tempo, uno scrittore generazionale. Sembra invece che la sua attualità non abbia scadenza. Come si coniugano queste due qualità?

«Nessuna contraddizione: ci sono state generazioni che hanno rappresentato lo spirito del tempo, pensiamo a quella Beat e ancora influenzano l'arte. Ci sono generazioni universali. E artisti capaci di cogliere il nocciolo di quel frutto. Lui era così, ma era anche “one man generation”».

L'Italia è ritenuta da sempre provinciale. Tondelli ha cambiato la prospettiva?

«Dell'Italia all'estero piacciono le narrazioni “sporche”, la mafia, la camorra, il male che si riprende Roma. Oppure quelle con tanto sole: un amore in Toscana, una fattoria in Salento, i bambini dell'oratorio. In mezzo, inesplorata da quegli sguardi, c'è la vita vera. Tondelli abitava lì. Per questo sollecitò le voci dei giovani di provincia con il progetto Under 25: voleva fossero ascoltate».

Non le chiederò cosa direbbe oggi Tondelli. Ma il suo lavoro, la sua generosità da tutti riconosciuta hanno lasciato eredi? In altre parole, vede qualcuno oggi fare ciò che ha fatto Tondelli?

«Purtroppo questo è un tempo di egoismi e autoreferenzialità. Di ombelichi rivoltati sui social. Di polemiche forzate per farsi sentire. L'altro è un arcano abbandonato. Tutti giocano, nessuno allena. Un triste campionato. Ci manca quella generosità a cui tutti si inchinano, ma nessuno raccoglie».

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