Tondelli raccontato con affetto e riconoscenza «Nessuno muore se continuiamo a ricordarlo»
Gabriele Romagnoli, Luciano Ligabue e Antonio Spadaro protagonisti di una brillante conversazione al Teatro Ariosto
Giulia Bassi
REGGIO EMILIA. «Nessuno muore, se continuiamo a ricordarlo, in ogni caso per quello che continui a darci: grazie Pier Vittorio». Così il giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli, il critico Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e Luciano Ligabue hanno concluso sabato sera una brillante conversazione al Teatro Ariosto nell’ambito del convegno “Per Pier Vittorio Tondelli non era invidioso”.
Tutti loro riconoscono nello scrittore correggese una figura fondamentale che ha segnato la loro esistenza. «Siamo qua, e in modalità diverse ci manca. Non l’ho mai incontrato, ma ho conosciuto gli amici toccando con mano questa generosa eredità di affetti che ha lasciato – commenta Antonio Spadaro –. Unico nel modo di appassionarsi all’esperienza umana ha sempre rivelato una incredibile capacità di mettere tutto all’interno di un progetto di scrittura senza essere ideologico. Mi ha colpito leggendo la stupenda descrizione all’inizio di “Camere separate” e in seguito ho recuperato i file di tutta la sua esperienza andando a ritroso fino ad “Altri libertini”. Nelle sei storie di giovani “belli e dannati”, la cifra per comprendere le avventure “sulla strada” per sentieri che hanno sempre la loro interruzione negli “scoramenti” si fonde con il tema del ritorno a un Eden perduto».
Gabriele Romagnoli, che ha condotto il dialogo, ha raccontato dell’incontro con lo scrittore avendo aderito all’annuncio del progetto “Under 25” da lui ideato per individuare i racconti di scrittori emergenti da inserire nell’antologia “Giovani blues”.
«Fu una testimonianza di grande generosità da parte di un autore, trentenne, che invece di concentrarsi sulla propria carriera si metteva sulle tracce di ragazzi appena un po’ più giovani di lui, mossi dalla stessa passione della scrittura. Inviai due testi: “Undici giocatori’ che fu scelto, e un altro, dove raccontavo la storia di un mio prozio fuggito in Francia al tempo del fascismo – ricordava Romagnoli –. Pier Vittorio Tondelli mi chiamò, mi disse che aveva scelto questo racconto tra i due e precisò che aveva fatto una piccola modifica: sostituito la parola”‘compagine” con “squadra”, che in quel caso avevo evitato per non fare una ripetizione, ma che in effetti era un termine che echeggiava un mondo che nulla aveva a che fare con quello che stavo raccontando. Fu una grande lezione di scrittura, sull’opportunità di usare un linguaggio “mimetico”, con un lessico che arriva direttamente dal contesto che rappresenta».
Seduto in mezzo ai due Luciano Ligabue ha ricordato nel dettaglio gli episodi in cui, pur non essendo andato al di là del “ciao”, ha incontrato lo scrittore o i suoi libri divorati con passione.
Quando era adolescente lo vedeva spesso con l’eskimo alla trattoria “da Araldo”.
«Ma come scrittore – ha ricordato Luciano Ligabue – l’ho incontrato a vent'anni durante una licenza del servizio militare che ho affrontato come “artigliere di montagna” a Belluno. Un anno terribile in cui ho sofferto molto. Ve lo immaginate un emiliano in mezzo a tutti i veneti sopra le righe, che mi davano del “rosso” e del “teròn”? No e nemmeno io, quindi stavo malissimo. A farmi reagire ci ha pensato il libro “Altri libertini”, appena uscito, che il mio edicolante di fiducia era riuscito a procurarmi nonostante fosse stato censurato: quel libro è stato il mio “salvagente emotivo”. In seguito venni a sapere che quello successivo “Pao Pao” parlava di naja come la mia canzone “Dove fermano i treni”, mentre “Certe notti” rievoca l’atmosfera di “Postoristoro”, primo racconto di “Altri libertini”».
Altre volte Ligabue lo incrociava durante gli anni in cui lavorava come ragioniere in una ditta di decespugliatori del cugino dello stesso scrittore.
In seguito Luciano che abitava nello suo stesso palazzo (due piani sotto) ricorda di aver sentito il trambusto quando, verso le 2 o le 3 del 16 dicembre 1991 spirò. Il rocker era in casa con la febbre per l’influenza. «Ancora adesso – ha concluso – non riesco a capacitarmi del perché non l’abbia mai fermato, almeno per raccontargli del suo libro divenuto il mio “salvagente emotivo”».
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