Battuto all’asta un autoritratto di Ligabue L’opera del 1957 venduta per 150mila euro
Il quadro fu dipinto dall’artista di Gualtieri nel momento in cui la sua fama si stava allargando a livello nazionale
IL CAPOLAVORO
TIziano soresina
Una profonda analisi personale attraverso innumerevoli autoritratti che col tempo ne hanno raccontato stati d’animo, situazioni, sofferenze, incubi, ma anche sicurezza nel proprio talento.
Stiamo parlando del pittore Antonio Ligabue e di una trave portante della sua creatività che è proprio quella degli autoritratti, ben oltre cento nell’arco del suo percorso artistico chiusosi definitivamente nel 1962 quando un’emiparesi gli tolse brutalmente di mano tele e pennelli (morirà tre anni dopo fra mille tormenti in un letto del ricovero Carri di Gualtieri).
In questo solco pittorico intimistico s’inserisce un olio su faesite del 1957 – di media grandezza (47x28,5 centimetri) – ben conosciuto agli appassionati perché proposto in non poche mostre prestigiose. Ne parliamo perché un importante collezionista ha deciso di metterlo sul mercato per la prima volta e di recente questo autoritratto è andato all’asta. Il quadro – che dal ’57 ha gravitato fra Reggio Emilia e la Lombardia – è stato battuto da Christie’s a Milano, nel contesto di una vendita di opere stellari (creazioni di Giorgio Morandi e Lucio Fontana tanto per citare un paio di autori di spessore).
L’amante dell’arte di “Toni” – rimasto anonimo come da prassi – se l’è aggiudicato per 150mila euro, andando oltre di 30mila euro a quella che era la stima da cui è partita l’asta dell’autoritratto.
Di questo specifico dipinto – con firma rossa in basso a destra – dà un’accurata descrizione l’esperta d’arte Sabrina Spinazzè nel catalogo ragionato dei dipinti proposto dall’editore Augusto Agosta Tota. «Un ampio segno scuro costruisce quest’autoritratto – entra nel merito la critica – marcando vistosamente i tratti somatici dell’artista: le rughe sulla fronte, il naso prominente, le sopracciglia che danno allo sguardo un aspetto torvo e diffidente, i baffi neri sul labbro inferiore sporgente, la barba spinosa, più rada sulle guance e sul collo, più folta e brizzolata sul mento. Larghe e corsive pennellate di colore cangiante, con diverse tonalità di marrone che sfumano imprevedibilmente verso il verde, caratterizzano la resa della giacca, mentre sullo sfondo il motivo geometrico della carta da parati policroma, ricorrente in molti altri dipinti – specifica, in conclusione Spinazzè – serra lo spazio suggerendo un senso di claustrofobica costrizione».
Nel 1957, quando questo autoritratto è stato dipinto da Ligabue, siamo ormai in un periodo in cui la fama dell’artista si sta allargando a macchia d’olio, con tanto di contatti con un’intellettuale di fama internazionale come Cesare Zavattini che, col tempo, saprà lanciare definitivamente la produzione artistica di quell’omimo sbarcato un bel giorno a Gualtieri dalla natìa Svizzera.
Tornando agli autoritratti, Marzio dall’Acqua – critico d’arte nonché apprezzato biografo del pittore – sottolinea come ci si trovi di fronte a «una registrazione implacabile di un momento esistenziale, ma anche trepidazione fatta pittura, perché Ligabue non si limita a sottolineare i sintomi, a indagare i segni delle sue private passioni, ma li trasforma in linguaggio, in colore e forma che aderiscono al sentire, si impastano con esso. Nessuna neutralità – sottolinea – è possibile, è accettabile. Egli coinvolge prima se stesso per renderne complice lo spettatore che lo guarda mentre si guarda». E lo sguardo tormentato fuori dalla tela proposto nell’opera andata all’asta ne è l’ennesima conferma.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
