Gazzetta di Reggio

un’icona del cinema e dei diritti civili 

Addio a Sidney Poitier, il gigante raffinato Suo il primo Oscar a un attore di colore

Gabriele Rizza
Addio a Sidney Poitier, il gigante raffinato Suo il primo Oscar a un attore di colore

Aveva 94 anni. Fra i suoi successi: “I gigli del campo”, “Indovina chi viene a cena?” e “La calda notte dell’ispettore Tibbs”

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Gabriele Rizza

Prima di Morgan Freeman, Denzel Wasghinton, Samuel Jackson, Will Smith ci fu Sidney Poitier, che ieri ci ha lasciati a 94 anni.

L’industria del cinema americana seguiva le regole che da sempre la governavano. Un cinema bianco fatto dai bianchi dove i neri, con rarissime eccezioni, erano il fondale, il contorno, figure folcloristiche, buoni a ballare e a cantare, a innalzare lodi al Signore, a lavorare da schiavi nei campi di cotone e se necessario a sacrificarsi per lo Zio Sam, il padrone buono, come lucidamente e selvaggiamente ci insegna Quentin Tarantino nel suo “Django Unchained”. Sicuramente le cose oltreoceano non sono molto cambiate, nonostante la presidenza Obama, come non perde occasione di tuonare dall’alto di suoi film e del suo prestigio (l’ultimo da presidente della giuria a Cannes 2021) Spike Lee.

Ma a un certo punto, fra gli anni Cinquanta e Sessanta (i tempi erano maturi, la controcultura germinava nei campus universitari mentre cresceva il peso dei movimenti per i diritti civili e un certo stile liberal si faceva strada anche a Hollywood) un volto nuovo, sicuramente diverso, e non era solo una questione di pelle, bucò la cortina, fino a scalare la vetta dello status symbol: il Premio Oscar che Poitier si guadagnò nel 1964 come miglior attore protagonista per “I gigli del campo” di Ralph Nelson. Fu lui il primo attore di colore a riuscirci (il film gli valse pure il Golden Globe) e tale sarebbe rimasto fino all’incoronazione nel 1983, ma come miglior attore non protagonista, di Louis Gossett jr. per “Ufficiale e gentiluomo” di Taylor Hackford.

Sidney Poitier nasce a Miami, in Florida, il 20 febbraio 1927, da modesti commercianti bahamiani: leggenda vuole che il parto sia avvenuto su una barca in mezzo al mare mentre i genitori portavano i pomodori a vendere al mercato. Nel tipico vagabondaggio delle famiglie americane in cerca di fortuna, il 17enne Sidney si stabilisce a New York, vivendo di espedienti. Dopo la solita trafila di umili lavori e piccola delinquenza, Sidney tenta la strada del teatro e va in scena a Broadway con una “Lisistrata” realizzata da una compagnia di soli neri. Una “modalità” lanciata nel 1936 da Orson Welles che diresse, con esiti clamorosi, un “Macbeth” in versione vudù, trasferendolo dalla Scozia ad Haiti, con un cast all black, da lui personalmente selezionato per la strade di Harlem. Poi nel 1949 per Sidney si aprono le porte del cinema: “No way out” di Joseph Mankiewicz dove interpreta un medico ingiustamente accusato dai razzisti di aver lasciato morire un suo amico. Nel 1958 “La parete di fango” di Stanley Kramer, al fianco di Tony Curtis, gli vale l’Orso d’oro a Berlino, e sempre diretto da Kramer eccolo nel proverbiale “Indovina chi viene a cena?”. Questo matrimonio non s’ha da fare, i tempi non sembrano maturi, anche se babbo (Spencer Tracy) e mamma (Katharine Hepburn) sono sinceramente progressisti, perché anche se lui è un medico affermato e di bellissimo aspetto è pur sempre un nero. Lacerazioni e scontri prima dell’inevitabile consenso, i problemi reali e le contraddizioni in un mare di buoni sentimenti.

Ma del resto che altro fare davanti a un attore raffinato e sensuale, emblema di una causa antirazzista combattuta da non violento con le armi del dialogo e della civiltà (tra i suoi punti di riferimento ci sono Gandhi e Nelson Mandela). Longilineo, elegante, dai lineamenti sottili, Poitier è il classico nero che piace ai bianchi benpensanti, in qualche modo simile a loro, integrato, acculturato e addomesticato, anche se fieramente determinato a far valer i suoi diritti su un piano di completa uguaglianza. Uno stile che si esalta nella “Scuola della violenza” di James Clavell, il primo a portare sul grande schermo le dinamiche razziali della società americana, ma soprattutto nella “Calda notte dell’ispettore Tibbs” dove gareggia in bravura con un memorabile Rod Steiger, sceriffo bigotto e razzista da profondo Sud, costretto a lavorare con un ispettore dell’Fbi che ne sa più di lui ma guarda un po’ ha la pelle diversa. Girato nel 1969 da Norman Jewison, Tibbs diventa un manifesto di quella stagione ribelle, e si guadagnerà due sequel: “Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs” di Gordon Douglas (1970) e “L’organizzazione sfida l’ispettore Tibbs” di Don Medford (1971).

La carriera di Sidney Poitier non finisce certo sulle orme di Tibbs, andrà avanti anche dietro la macchina da presa (nel 1980 firma “Nessuno ci può fermare” con Gene Wilder e Richard Pryor, il film di maggior incasso di un regista afroamericano per molti anni) e culminerà nel 2002 con l’Oscar alla carriera, mentre l’American Film Institute inserisce il suo nome al 22° posto tra le più grandi star della storia del cinema e Barack Obama nel 2009 lo insignisce della Medaglia presidenziale della Libertà.

Ma servono nuovi eroi. O per lo meno quelli da esportazione, che conquistano i mercati internazionali. Poitier è un classico, l’icona di un cinema che accoglie e sposa le dinamiche di una società che si dice civile, aprendo la strada a una nuova generazione di attori di colore. Come ha scritto il New York Times, i suoi erano «eroi determinati e dignitosi» che combattevano contro le ingiustizie razziali. «Mi sembrava di rappresentare 15-18 milioni di persone in ogni film che facevo», dirà in una recente intervista.

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