«Sono stato fortunato: ho incontrato la musica e la poesia»
Così Ago descriveva la sua vita spezzata troppo presto. Beppe Carletti: «Un amico leale e generoso». Rosi Fantuzzi: «Una sua dote? La semplicità»
NOVELLARA. All’inizio degli anni Sessanta, Augusto Daolio era un semplice adolescente novellarese “canterino”: «Il suo cavallo di battaglia – ricordano alcuni novellaresi a lui coetanei – era “Il blues del mandriano”». Versione italiana di “Mule Skinner Blues” dei Fendermen, era una hit rockabilly uscita nel 1960 che solo un “urlatore” non convenzionale come Augusto, avulso dal tradizionale canto melodico in voga allora, poteva interpretare con successo. «Daolio – aggiungono i testimoni dell’epoca – l’aveva imparata dal juke-box del Bar centrale gestito dalla sua famiglia, dove lui faceva il cameriere, e la interpretava, magrissimo, esibendosi in un ballo vorticoso e istrionico che assomigliava a quello del giovane Elvis Presley alla fine degli Anni Cinquanta». Emerge anche l’aneddoto di un provino in Rocca, quando Daolio la propose davanti a Rita Pavone, a Novellara per un concerto al Dancing pineta a caccia di talenti.
Conferma Carletti: «Conobbi proprio Augusto col “Blues del mandriano” e mi piacque davvero molto e da li iniziò la nostra collaborazione. Purtroppo, di quelle performance non si ha traccia di registrazioni audio». Daolio entrò nei Nomadi a 16 anni, nel 1963. «Aveva 19 anni quando interpretò “Noi non ci saremo” cantando della paura del nucleare, 20 quando la censura Rai intervenne per “Dio è morto” e 21 quando l'Anas accusò “Canzone per un'amica” di disincentivare gli automobilisti ad imboccare l'autostrada». Così ha scritto nel 2010 Pietro Germano Casarini, novellarese amico di Daolio e Carletti, nonché esperto di “nomadismo”. Casarini racconta gli inizi di Daolio e dei Nomadi, mettendo in evidenzia la precocità di una carriera musicale e artistica, e le enormi pressioni che il giovane gruppo ha dovuto affrontare, a livello nazionale, nel voler affrontare temi scottanti d’impegno civile e denuncia sociale.
«Sono stato fortunato, ho incontrato la musica, ho incontrato la poesia, ho incontrato la pittura, le parole. Voglio dire che non ho cercato mai niente» aveva detto Daolio, rispetto alla sua vocazione artistica e al suo estro creativo che aveva sviluppato dal proprio intimo, in maniera del tutto personale e spontanea: era, infatti, autodidatta nel canto, nella musica, nella scrittura (sia come paroliere di alcune canzoni dei Nomadi, sia come poeta), nella pittura e nella scultura.
«A me piace – dice Beppe Carletti – ricordare i miei 30 anni che ho vissuto con Augusto. Non siamo mai stati invidiosi, non abbiamo mai litigato ed è stato un sodalizio molto bello, perché siamo cresciuti e diventati adulti insieme, abbiamo scoperto il mondo insieme, abbiamo ottenuto il successo insieme senza mai cercarlo ad ogni costo. Questo è un bel ricordo di Augusto. Per me è stato un grande amico, leale e generoso».
«Una delle più grandi doti di Augusto – ricorda la compagna Rosi Fantuzzi – era la semplicità, amava stare tra la gente, chi accorreva ai suoi concerti erano i suoi amici. Augusto ha amato molto il suo pubblico: diceva che un concerto è fatto per metà dai musicisti sul palco, e per metà dal pubblico. La sua vena artistica, poi, si tramutava nella curiosità del viaggiatore quando eravamo in giro per l’Italia per i suoi concerti: diventavano sempre l’occasione di visitare le bellezze del posto dove si sarebbero esibiti i Nomadi la sera». Un approccio all’arte e alla vita che ha permesso a Daolio, nonostante abbia perso prematuramente la vita a 45 anni, di rimanere indimenticato dai suoi fan, molti dei quali l’hanno scoperto solo dopo la sua morte.
A.G.
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