Zamboni: «Da grande farò il cantante»
Esce oggi l’ultimo album “La mia patria attuale” nella quale il musicista punta sulla sua voce e lascia le chitarre ad altri
REGGIO EMILIA. Ancora più conficcato nel presente di quanto si potesse pensare, è arrivato. Oggi la Universal pubblica “La mia patria attuale”, il nuovo disco di Massimo Zamboni, accompagnato da una versione speciale per Librerie Coop con materiali inediti. Il fondatore di Cccp e Csi per la prima volta diventa la voce principale dei suoi brani, al termine di un lungo percorso che si sarebbe dovuto concretizzare nel 2021 ma è slittato, fra un’emergenza e l’altra, al 2022. Dopo la presentazione dal vivo al teatro Valli a novembre, adesso è finalmente l’ora dell’ascolto per queste dieci canzoni prodotte da Alessandro “Asso” Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela, e suonate in compagnia dei musicisti che da quasi due decenni affiancano Zamboni. Introdotto da una copertina davvero peculiare, incentrata su un vecchio attrezzo per pulire e pettinare la lama ritrovato durante il viaggio in Mongolia con Pier Casotti, “La mia patria attuale” mischia suoni e approcci del Zamboni che fu ad atmosfere altrettanto classiche, ma sorprendenti.
«Non me lo sarei aspettato nemmeno io, d’altronde la maturazione è un fattore inaspettato, prende le sue strade non avrei immaginato di scrivere testi di questo tipo né tantomeno di avere “patria” come parola trainante, ma il pensiero deve obbedire a più richiami, in qualche modo e si espone a confronti più impegnativi», racconta Zamboni. Il lavoro, seppur finito da un anno, sembra una cartolina da questi giorni: «L’esposizione così lunga alla malattia, il bilico per la presidenza e la pesantezza del vivere attuale si miscelano con la voglia di un futuro che non parte mai, alla fine l’album ha trovato le coordinate giuste in cui muoversi quasi casuale, mentre il mondo si è aggiornato verso il disastro».
“Patria” nel titolo fa discutere, e parecchio: «Credo che nei momenti di confusione si debba tornare ai punti di partenza, e il nostro è il settembre 1943, quando inizia la Resistenza. Non è un caso che i partigiani si chiamassero patrioti, che da lì nasca la Costituzione né è un caso che tutt’altra parte si sia appropriata di questi valori, e la sinistra ha assecondato questo cammino». Perché? «Un po’ per uno spirito positivo, una voglia di internazionalismo che però ci ha un po’ allontanato dai nostri territori, lasciandola altrove», riflette. Per non sbagliarsi il disco inizia con un brano sui migranti che giungono dal mare.
«Già, siamo abituati a chiamare Mediterraneo come “mare nostrum” dai tempi dei latini, ora dovremmo ricordarci che siamo a pari legittimità di sponde. Ho voluto iniziare da quella canzone perché l’Italia è circondata dal mare: mi sembrava il punto d’ingresso giusto». Nel disco, Zamboni recupera anche alcune canzoni già uscite, come “Nove ore”. «Ho voluto rivederle nel concetto di patria, "Nove ore” era stata incisa con Angela Baraldi alla voce, l’ho adattata perché mi piace molto l’idea di base, quella delle cose che se ne vanno davanti a noi, che vanno a sparire – rivela –. Allo stesso tempo è un brano pieno di futuro, con un bicchiere di vino per gli sconosciuti da incontrare».
Zamboni ha rivisto i pezzi vecchi e pensato quelli nuovi immaginandosi come unico interprete: «Me lo sono dato come postulato, di comporre le chitarre ma di non suonarle. Le faccio suonare ad altri, anche in concerto suonerò pochissimo, sono due mestieri in uno. Fare il cantante ti responsabilizza, la mia voce è cresciuta, mi sta sorprendendo, mi piace molto l’idea di essere io lo strumento che emette suono e ho deciso che da grande farò il cantante».
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