Gazzetta di Reggio

A Scandiano Natalino Balasso è Ruzante, contadino pigro e vitalissimo

Adriano Arati
A Scandiano Natalino Balasso è Ruzante, contadino pigro e vitalissimo

L’attore stesso ha scritto lo spettacolo partendo dalle opere di Angelo Beolco: «Ho lavorato sulla lingua e sono partito dal fiorentino unito poi ai “venetismi”»

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SCANDIANO. Storie e lingue di oggi e di ieri, così vicine e così lontane. Le porta in scena questa sera a Scandiano Natalino Balasso, protagonista di “Balasso fa Ruzante. Amori disperati in tempo di guerre”, spettacolo da lui scritto partendo dalle opere del Ruzante, nome d’arte di Angelo Beolco, attore e commediografo padovano fra i più noti del Rinascimento. Balasso, notissimo volto televisivo per Zelig e la Gialappa’s Band, attore anche per il cinema, autore di libri e firma per leggende come Cuore, ha deciso di affrontare alcuni dei testi più studiati della letteratura cinquecentesca, scritti principalmente in paduano. Una lingua non aliena, per un veneto come lui, da cui è partito per una revisione dell’idioma ruzantesco ora messo in scena con Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel, guidati in regia da Marta Dalla Via.

L’esibizione inizia alle 21, il biglietto intero costa 20 euro, quello ridotto 18 euro, per informazioni e prenotazioni è possibile contattare direttamente il cinema teatro Boiardo al numero 0522/854355, all’indirizzo mail info@cinemateatroboiardo.com o tramite il portale web www.cinemateatroboiardo.com.

Una bella occasione per vedere la riproposizione del Ruzante già collaudata negli anni precedenti, che Balasso vuol rifinire e portare in giro anche in futuro. Al centro, il protagonista delle opere del letterato padovano, a propria volta chiamato Ruzante, contadino goloso, pigro e insieme vitalissimo, sempre pronto a cercare soddisfazione e piacere nel mezzo dei trambusti del ‘500, secolo di genio e capolavori ma pure di guerre senza requie, scismi religiosi, roghi. La curiosità principale è per la lingua scelta, frutto di un lungo lavoro in cui il fiorentino lambisce l’idioma veneto.

«Da tempo volevo confrontarmi con il Ruzante, sono partito dalle sue opere per arrivare a qualcosa di mio, e la prima questione è stata quella della lingua. Una lingua deve essere comprensibile dal pubblico, altrimenti non ha senso, e il paduano antico del Ruzante credo che oggi farebbe fatica ad essere compreso anche dalla gran parte degli abitanti della zona di origine», racconta l’attore.

«E d’altronde, nemmeno la lingua di Shakespeare che ascoltiamo oggi in inglese è la lingua del periodo, è normale che sia così. Nel mio caso, ho voluto partire dal fiorentino, così che gli spettatori possano avere l’idea di una lingua antica, anche se più accessibile, e poi l’ho unito a diversi “venetismi”, parole ed espressioni che riportino al Ruzante. In questo, mi sono ispirato al diario di Antonio Pigafetta. Chi era? Un navigatore vicentino vissuto negli stessi anni del Ruzante, il suo diario era scritto in fiorentino ma vi infilava spesso espressioni della sua terra, del Veneto, e questa commistione mi è servita da base».

Le storie, poi, sono quelle piccole e grandi della campagna in cui si muove Ruzante, assieme all’amico rivale di sempre Menato e di Gnua, donna contesa e capace di manipolare i due maschi in vicende di amori spesso feroci, carnalissimi, che dalla ruralità conducono alla guerra e agli splendori della Venezia del ‘500, letteralmente il porto del mondo. Conflitti e tensioni che non sembrano mai mutare.

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