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Serra porta “La Tempesta” al Municipale per creare miti con «l’inaudito» Shakespeare

Stasera e domani al Valli l’ultima opera del Bardo nell’adattamento del fondatore del Teatropersona: «Un piccolo grande mondo»


05 aprile 2022 Giulia Bassi


REGGIO EMILIA. Creativo e personalissimo, Alessandro Serra – con la sua compagnia Teatropersona fondata nel 1999 – continua a creare spettacoli belli e interessanti su un terreno non facile quanto appagante sia per il pubblico che per lui: ovvero l’utilizzo (magistrale) dei classici.

Dopo “Macbettu”, spettacolo dell’anno nel 2017 e “Il giardino dei ciliegi”, ritorna al Teatro Valli con “La Tempesta”, l’ultima opera del Bardo, in programma stasera e domani (ore 20.30), di cui ha curato la traduzione, l’adattamento e la regia, oltre a scene, luci, suoni e costumi.

Shakespeare ritorna...

«Shakespeare è quanto di più inaudito sia accaduto nella storia del teatro. È la fusione che pareva irrealizzabile tra Dioniso e Apollo (la forma e l’ebbrezza): maestro di scrittura di scena, riesce a parlare a tutti e a trasportare qualsiasi spettatore di qualsiasi estrazione sociale, culturale o spirituale in una dimensione metafisica, pur restando sempre tragicamente umano. Al contempo popolare e spirituale. Shakespeare è il compimento del teatro, tutto ciò che lo ha preceduto e che lo ha seguito non sono che tentativi più o meno perfettamente mal riusciti. Ci ha insegnato come si fa il teatro, come si scrive, come si recita, come si mette in scena».

Che cosa hanno in comune “Macbettu” e “La Tempesta”?

«La possibilità di usare una lingua cantabile (cosa che non si può fare ad esempio con la drammaturgia contemporanea, che è quasi sempre un surrogato del cinema). Poi forse una certa forza tellurica in un paio di scene e la comicità popolare e scurrile eppure così dotta».

Qual è il tema portante di questo testo?

«Non è un testo: è un testamento spirituale e una profezia del millennio che deve ancora terminare. È di una attualità disarmante: tocca l’usurpazione del potere, la successione dinastica, le alleanze politiche, l’odio e la guerra fratricida. Ma il tema centrale è forse il perdono. La capacità di perdonare che si ottiene solo dopo aver cambiato sé stessi. Prospero perdona dopo aver imparato la compassione. E poi il tema che mi ha forse spinto a lavorare a quest’opera: un omaggio al teatro con i mezzi del teatro».

Qual è stata la maggiore difficoltà legata alla rappresentazione di questo testo?

«Le difficoltà sono state molte... Intanto a livello scenografico: come fare l’isola, come fare la tempesta. Poi a livello narrativo: praticamente non succede nulla, tutto è raccontato. Poi la comicità, difficilissima da costruire poiché molto debole nel testo (è altamente probabile che il copione non tenesse conto di quanto gli attori facessero in scena). Infine i delicati temi politici: il colonialismo, il razzismo, lo sradicamento culturale, la lotta per il potere...».

Può regalarci un pensiero sulla sua concezione corale del teatro?

«So (tra le pochissime cose che so) che il teatro è l’ultima forma d’arte totalmente corale, un coro che si deve attivare durante le prove per poi contagiare tutte le sere gli spettatori chiamati ogni volta a un’azione immaginativa collettiva. Il silenzio sacro di questa laica cerimonia si crea insieme agli spettatori, anche quando dormono, mi vien da dire».

Che cosa ci sarà in scena?

«Un palcoscenico che è l’isola ed è il mondo, questo nostro piccolo grande mondo che Shakespeare chiamava Globe e Dante “l’aiuola che ci fa tanto crudeli”».

Lei sceglie i classici (mi riferisco anche a Cechov) che adesso affrontano in pochi... perché quest’esigenza?

«Perché il teatro deve creare i miti, diceva Artaud. Per parlare davvero al presente ci si deve collocare nell’archetipo, e nei classici ci sono già esplicitate tutte le possibili forme dell’umanità, non c’è nulla che si possa aggiungere. Certo si può modificare il linguaggio e allora a volte divengono classici alcune opere mirabili: nell’ultimo secolo direi Cechov e Beckett ma per il resto abbiamo a disposizione una quantità inaudita di capolavori da utilizzare come letteratura per creare opere inedite tramite la scrittura di scena: perché perdere tempo con le trame e soprattutto con dialoghi che fanno il verso al cinema? Il teatro non è il testo, il testo è solo uno strumento per attivare il teatro. Lo stesso vale per la lirica e la musica classica. I classici mantengono in vita la sorgente della bellezza e della creatività, in attesa di un nuovo Mozart».

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