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Reggio Emilia, Omar Galliani ci svela “Mantra”: «Un sogno tra Oriente e Occidente»

La mostra ospitata dal 24 giugno alla Galleria Phidias Antiques in via Roma


18 giugno 2022 Chiara Cabassa


Reggio Emilia La galleria Phidias Antiques presenta, dal 24 giugno al 30 settembre, un approfondimento dedicato ad Omar Galliani e alle opere della serie “Mantra”, esposte nei più importanti musei d’arte contemporanea italiani ed internazionali. In attesa dell’inaugurazione, abbiamo chiesto lumi al Maestro.
 
Maestro, in questa mostra centrale è il concetto di Mantra. Quando e come si è avvicinato a questa “seduzione”?
«La seduzione nasce da ciò che si cela o non si rivela subitaneamente ma che ci attrae e non sempre ce ne rivela i motivi ma ci… seduce. Durante un mio viaggio nel sud dell’India, in una delle regioni più povere del paese. l’Andhra Pradesh, acquistai in un ashram un libro, “Mantra”. La parola Mantra è composta dal suffisso “man” che in sanscrito significa mente, pensiero, flusso mentale e dal suffisso “tra” che vuol dire proteggere o liberare. Questa preghiera viene ripetuta molte volte durante il giorno come pratica meditativa, come protezione e superamento di una realtà tragica e deludente dell’esistente. Uno strumento per arginare la fatica fisica e mentale. Nei miei Mantra è il disegno che diventa parola scandita da un infinito e liberatorio “segno” che ripetendosi e sovrapponendosi con infiniti secondi, minuti, ore giorni, anni trova il proprio Mantra».

Quasi tutte le opere intitolate Mantra sono “doppie”: da un lato la matita nera su tavola, dall'altra la foglia d'oro. Conciliazione, opposizione o dialogo?
«La distanza millenaria tra Oriente e Occidente che ci separano dalle pratiche orientali del pensiero e dell’immaginario non possono trovare un facile sincretismo, è per questo motivo che vi mostro due tavole differenti dove in una campeggia un volto, uno sguardo d’Occidente, nell’altra un oro d’Oriente brilla astraendosi in un testo o immagine anelante un pensiero, un sogno liberatorio».

La sua ricerca è spesso attraversato dal tema del sacro. Ma cos’è veramente sacro oggi?
«L’esperienza del sacro è sempre stata per l’umanità la possibilità di dare un significato all’esistenza dell’uomo sulla terra, nell’universo. Cosa resta oggi di sacro attorno a noi... Le rovine di un mondo che non esprime più il desiderio di raggiungere la felicità e un equilibrio da sempre agognato e mai raggiunto, soprattutto oggi dove l’impoverimento del progetto originario di salvezza lascia posto al default consumistico ed economico con tutte le conseguenze a cui stiamo assistendo. L’Arte non può salvare il mondo ma può sui nostri passi quotidiani portarci alla riflessione, alla sublimazione che ha nella magnifica, fatidica e ormai consumata frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”. Dov’è ormeggiata la nuova Arca?».

L’espansione del disegno alla grande e alla grandissima dimensione. Perché?
«Ho cercato nella dimensione esagerata dei miei disegni la possibilità di dare al termine “disegno” una valenza storica e contemporanea liberandolo dal piccolo foglio della tradizione per portarlo su di una scala emozionale senza precedenti se consideriamo i grandi disegni a matita su tavola di sei metri per cinque. Nei graffiti rupestri di 18.000 anni fa i fautori di quei magnifici disegni avanzavano con i loro carboni e pigmenti senza limiti di spazio e superficie…un disegno totale senza margini per coinvolgere il gruppo sociale a cui erano legati».

In questa mostra sarà presente anche la sua opera “L’esitazione di Pan” (1983), esposta alla Biennale di Venezia del 1984. Come si collega con gli altri lavori esposti?
«L’Esitazione di Pan non si collega apparentemente con le recenti opere in mostra anche se l’elemento “mitico” sussiste in entrambi i casi. Nel dipinto degli anni ’80 con l’esaurimento delle avanguardie il desiderio di dare vita ad un “dipingere” fuori dal tempo (anacronismo) poneva l’accento sulla crisi del concetto di “nuovo” ripartendo provocatoriamente dal saccheggio consapevole del Rinascimento per poi approdare come nel caso dei miei Mantra ad un disegno unico e avulso dalla globalizzazione dei segni ormai imperante».

Ci può anticipare qualcosa sugli inediti che potremo ammirare?
«Gli ultimi due Mantra verticali che vedrete in mostra».

Andrà in scena la prossima settimana ai Chiostri di San Pietro una serata durante la quale sarà presentato il progetto benefico legato all'opera "Chlorophelia" e la composizione del giovanissimo Marco Elia Righi ad essa ispirata. Come nasce questo felice connubio?
«Nasce dalla pervicacia di un amico, Achille Corradini, e dal suo costante desiderio di sostenere con “AmAre” progetti culturali che possano con gesti benefici amplificare a Reggio Emilia l’offerta culturale come oggi attraverso l’Istituto Superiore di Studi Musicali di Reggio Emilia e Castelnovo Monti dove vedremo la prima esecuzione assoluta di una composizione musicale del giovane Marco Elia Righi allievo dell’istituto, ispirata proprio alla mia “Chlorophelia” e a tutti gli altri eventi musicali e coreografici inseriti nel programma della serata».

Flavio Caroli, nel 2007, scriveva: “Galliani sa che il volto è anima e seduzione e che la seduzione viene dall’anima”. Le sue opere sono seduzione pura. Come definirebbe la parola l’emozione e il sentimento della “seduzione”?
«Il sostantivo seduzione deriva dal latino “sedùcere” che significa portare via, cambiare, portare fuori strada. Forse è proprio questo portare via che ha da sempre influenzato il mio lavoro. Sottrarsi alle ingiurie del tempo e alla sua caducità cercando nella fisiognomica di un volto ciò che si sottrae all’anatomia dei muscoli o della pelle cercando quell’altrove che porta inesorabilmente fuori strada, su di un'altra strada, quella del non detto, del non rivelato».

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