Gazzetta di Reggio

Reggio Emilia

Dal Burundi ai Chiostri: la black music di J.P. Bimeni

Adriano Arati

	Il cantante J.P Bimeni
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Il cantante J.P Bimeni

Questa sera l’ultimo appuntamento reggiano di Mundus

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Reggio Emilia Una voce universale, nel tempo e nello spazio. Questa sera (ore 21) i Chiostri di San Pietro ospiteranno l’ultimo appuntamento cittadino dell’edizione 2022 della rassegna Mundus, una conclusione intrigantissima che porterà a Reggio uno dei nomi più conosciuti dell’ultima ondata di black music, il cantante J.P Bimeni affiancato dagli spagnoli Black Belts.

Una storia che tanto ha fatto parlare. Legato alla famiglia reale del Burundi, fuggito 15enne durante la guerra civile, scampato a diversi attentanti, arriva a fine millennio in Gran Bretagna, dove vive tutt’ora a Londra, incrociando il cammino fra l’altro con Amy Winehouse e Adele. Pochi anni fa l’incontro con i The Black Belts e l’incisione di “Free me”, bellissimo disco che omaggia il soul e il rhythm and blues anni ’60 con espliciti e notevoli inchini a Otis Redding e all’etichetta Stax. Un successo di critica globale porta la strana accoppiata anche in Italia. Una gustosa opportunità per ascoltare dal vivo i brani di un album in cui si affrontano di petto anche temi politici. « È un tributo a un grande periodo, nel modo di fare le cose, nel suono, nell’arrangiamento. Guardiamo agli anni ’60, al “Peace and love”, oggi ne avremmo bisogno, no? Adesso ci sono troppa vanità, troppa rabbia, troppa attenzione su quello che dobbiamo fare subito. Il mondo invece è fragile, lo sappiamo. La musica può aiutare a cambiare? Sì, assolutamente, cancella le differenze, non c’è più nero o bianco», racconta Bimeni. E le radici aiutano: «Dobbiamo pensare alla black music come a un albero: le radici sono quelle della musica africana, il resto è cresciuto, ci sono i rami, i fiori, ci sono tanti sviluppi ma nulla è cambiato sulle origini», spiega. Fra questi rami, un disco figlio di lavoro collettivo: «Lo abbiamo inciso durante la pandemia, abbiamo avuto tempo, abbiamo usato le possibilità della tecnologia per scambiarci contenuti, e abbiamo sempre lavorato come una squadra. A livello di composizione, di suono, di arrangiamenti. Il disco è il risultato di un lavoro collettivo, di tante persone che hanno collaborato e dato suggerimenti», sottolinea il cantante. Una squadra compatta che mette insieme un ragazzo africano fuggito a Londra e una band spagnola. «I Black Belts sono diventati la mia famiglia, i miei guerrieri, questo viaggio comune è diventato il sogno di una vita intera. Sappiamo di poter contare gli uni sugli altri, sul palco, in tour, nelle trasferte. E non è sempre facile. Noi stiamo bene insieme, e teniamo a quello che facciamo. Spero di poter suonare con loro il più a lungo possibile».

“Free me” è uno spaccato di un’attualità globale, con tanti rimandi alla turbolenta vita del protagonista. «Il mio passato e la mia vita si ritrovano nei testi, sono il luogo in cui metto la mia esperienza assieme ai suoni. Nel disco abbiamo unito la mia vita e quella della band, ci siamo influenzati a vicenda, venivamo da mondi musicali diversi, è stato un matrimonio felice. Un’unione di anime in cui abbiamo sempre cercato di essere rispettosi degli altri», riflette Bimeni. Nei testi emerge un approccio politico “ecumenico”: «Il mio più grande modello è Bob Marley. Credo che le radici debbano essere sempre presenti, e alla fine certi temi sono sempre rilevanti, perché le persone non cambiano mai. Dobbiamo voler bene a tutti, siamo sullo stesso sasso nell’universo, dobbiamo trattarci bene e trattare bene questo sasso». 




 

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