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Cantù: «Ecco perché Reggio Emilia è la capitale della danza»

Giulia Bassi
Cantù: «Ecco perché Reggio Emilia è la capitale della danza»<br>
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Il direttore artistico dei Teatri: «Quando sono arrivato alla Fondazione ho trovato tante competenze e la presenza di un pubblico esigente»

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Reggio Emilia Lo slogan “Reggio, capitale della danza” ripetuto e ribadito in numerose circostanze, sta trovando di questi tempi una vera ragion d’essere. Il motivo sta nel fatto che la tradizione iniziata negli anni ’80 con i grandi festival viene portata avanti e continua a dare frutti importanti e lusinghieri. Da una parte abbiamo la nomina della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto a primo (e per ora unico) Centro Coreografico Nazionale italiano, dall’altra merita una riflessione il lavoro che sta portando avanti la Fondazione I Teatri con spettacoli di indiscussa qualità frequentati da un pubblico proveniente da molte parti d’Italia.

«Il meritorio e lungimirante lavoro fatto negli anni ’80 – spiega il direttore artistico della Fondazione I Teatri Paolo Cantù – ha innestato la danza contemporanea e poi non si è fermato: ora la linea tracciata è lunga, netta, con molte connessioni. Certamente quando sono arrivato alla Fondazione ho avuto subito questa impressione: oltre alle competenze negli uffici (colgo l’occasione per citare Marina Basso), la presenza di un pubblico esigente. Quindi non ho esitato ad andare in quella direzione».

Le parole di Cantù arrivano proprio nel giorno dell’apertura della stagione di danza inserita all’interno del Festival Aperto, con la prima ed unica data italiana, questa sera (ore 20.30) al teatro Valli, di “Mythologies” di Angelin Preljocaj, tra i più amati coreografi contemporanei.

«Del resto – continua Cantù – quando sono arrivato, non ho fatto fatica, a calarmi in questa realtà, in quanto la danza pensata come teatro di ricerca, è stata la mia passione fin dagli anni ’90. Da sempre sono affascinato dagli spettacoli incentrati sul rapporto con il corpo, per questo ho frequentato festival e ho studiato progetti, in particolare quando a mia volta ero direttore artistico del Festival Piemonte Europa- arrivando a “sentire” la vicinanza con la danza in modo viscerale… il corpo ha la capacità di esprimersi con altri mezzi, rispetto alla parola, ha a che fare con il non detto. Ce l’ho dentro, avverto la necessità del “corpo in scena” e comprendo l’incredibile possibilità che offre la danza contaminata con altri linguaggi. Credo che tutto derivi dalla mia visione del teatro e l’ho capito di fronte a capolavori del Teatro danza di Pina Bausch». A questo proposito, Cantù cita Alain Platel che con il suo Out of context (nel cartellone il 23 febbraio) fa una dedica alla grande artista tedesca: «Platel mette in scena quelle inquietudini che spesso che fai fatica a raccontare a parole: quello è un omaggio riuscito, ma anche una coreografia che va oltre… starei a guardarla di continuo. Con Platel, la Fondazione ha un rapporto consolidato come con Yiannis Papaioannou e Peeping Tom». A questo proposito, nei giorni scorsi Cantù ha assistito al loro spettacolo “La visita”, vincitore del premio Fedora, che ha debuttato l’anno scorso alla Fondazione Maramotti ed è andato in scena con successo alla Cappella del Salpêtrière nella stagione del Théatre de la Ville a Parigi. «E prossimamente andrà ad Anversa – continua Cantù –. “La Visita” è uno dei più importanti risultati del lavoro frutto di grandi collaborazioni che intendiamo portare avanti. Quando si cerca di dare il massimo, anche negli altri si riscontra questa spinta positiva. Tra l’altro, chi viene a Reggio sa che non ci sono tante risorse, ma accetta volentieri perché trova qualità, mestiere e soprattutto una relazione: sa che il Teatro Valli ha una storia importante legata alla danza».

«La prima assoluta di stasera – spiega Cantù riferendosi alla coreografia di Preljocaj – ha questo significato. Vorrei ricordare l’importante progetto con Preljocaj, che debutterà con Aterballetto a Parigi e ne approfitto per sottolineare il bel rapporto con Gigi Cristoforetti e la Fondazione della Danza. Quella che portiamo avanti è anche una sfida di fronte a scelte azzardate dettate dalla voglia di fare lavorare questi artisti. Ma penso anche a come introdurre percorsi di storicizzazione riproponendo coreografie dal repertorio che andrebbero valorizzate come è successo con Rembert Event e l’omaggio a Merce Cunningham o quando abbiamo reinvitato William Forsythe che qualche anno fa ci diede una incredibile lezione di coreografia. Sarebbe bello spiegare a tutti cos'è l'emozione della danza dal vivo – conclude Cantù – soprattutto ai ragazzi a cui è difficile far arrivare il messaggio».
 

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