Gazzetta di Reggio

Festival Aperto

Il Pierrot lunaire al Cavallerizza

Giulia Bassi
Il Pierrot lunaire al Cavallerizza<br>
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In teatro l'opera interpretata da Cristina Zavalloni

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Reggio Emilia Ospite quasi fissa legata a progetti di rilievo del Festival Aperto, ritorna Cristina Zavalloni dopo aver interpretato qualche giorno fa a Bologna le due azioni sceniche “Lips, Eyes, Bang” di Luca Francesconi e “Anaïs Nin” del compositore olandese Louis Andriessen, del quale ha presentato molti lavori. A Reggio, la Zavalloni sarà protagonista del primo dei due Pierrot che si terrà domani (ore 20.30) alla Cavallerizza. È il Pierrot lunaire di Schönberg, mentre venerdì va in scena la nuova commissione dei I Teatri/Festival Aperto, Pierrot Redux di Massimiliano Viel, in cui il protagonista viene catapultato nel caotico mondo contemporaneo.

L’opera di Schönberg, cardine della modernità, sta proprio a pennello nel programma della manifestazione, il cui titolo fa riferimento alle 80 lune di Saturno. «È un po’ come pensare a Monteverdi padre del melodramma rispetto alla storia successiva, così il Pierrot, composto nel 1912, è fondamentale per tutto quello che è venuto dopo – spiega Cristina Zavalloni –. Mi riferisco non solo allo Sprechgesang il “canto parlato”, su cui è basato il Pierrot, ma a come è strutturata la composizione, in quanto è sostanzialmente un’opera cameristica pensata per una voce che canta ma recita in modo da poter consegnare allo spettatore una sorta di narrazione teatrale, portandolo dentro a un mondo deformato, tipico dell’espressionismo».

Infatti, Pierrot lunaire presenta d’un colpo innovazioni epocali oltre all’invenzione del canto parlato: il superamento del sistema tonale, un suono d’ensemble per timbri strumentali isolati (la tradizione tendeva al loro impasto), un rimescolamento di generi ed espressioni che imbrica Lied e teatro, musica cameristica e cabaret, contemplazione e azione, ironia e allucinazione.

Le tre parti del lavoro mostrano ciascuna una propria dominante musical drammaturgica: ironico-satirica la prima, macabra la seconda, malinconica la terza.

Da sottolineare la particolarità dell’allestimento di domani, che unisce Schönberg e Sylvano Bussotti, il compositore e artista recentemente scomparso, del quale, per cucire le tre parti del capolavoro espressionista, verranno eseguiti alcuni pezzi del suo Arlequin poupi composto nel 2009 per Mdi Ensemble, diretto da Marco Angius.

Allora di quella versione del Pierrot lunaire, che ebbe la sua première il 7 aprile 2010 al Teatro dal Verme di Milano, Bussotti curò la regia disegnando i bozzetti per il costume della protagonista, e per le scene, bozzetti poi realizzati dagli allievi del corso di specializzazione per scenografi realizzatori dell’Accademia della Scala.

«Ed io domani indosserò il costume di scena realizzato per quella produzione: bellissimo! – conclude Cristina Zavalloni –. Questa volta si può dire che l’abito “fa il monaco”. Sono legatissima al Pierrot, in quanto è stato il primo pezzo con il quale ho rotto il ghiaccio e l’ho interpretato in una ventina di produzioni, avendo modo di approfondirlo molto! Per questo non mi dà preoccupazione per le insidie tecniche nonostante la scansione ritmica complessa di cui è composto: basti pensare al n. 12 dei 21 Lieder il Galgenlied / Il canto della forca un divertentissimo scioglilingua acido, cattivo che dura 15 secondi alla velocità vorticosa. In ogni caso, lo preparo sempre alla perfezione e negli anni cerco di approfondire la parte espressiva».

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