Federico Branchetti: «Nell’era digitale la vera sfida è misurarsi con l’antichità»
“Una volta, oltre il tempo”, la mostra che apre sabato 8 ottobre a Palazzo Fontanelli Sacrati
Reggio Emilia Che ti indichi un foro passante piuttosto che una superficie siderale. Che ti parli della dignità di un bozzetto o della necessità di quel disegno. Comunque sia, non puoi non immaginare quelle mani affondare nell’argilla o stringere una matita a carboncino. O mettere nero su bianco una poesia. Tre modi di pensare. Tre modi di fermare un’idea. Tre modi di attraversare il tempo. È anche questo “Una volta, oltre il tempo”, la mostra personale di Federico Branchetti che si terrà da sabato 8 ottobre fino al 24 novembre a Palazzo Fontanelli Sacrati.
Il titolo della mostra ti accompagna e ti guida silenziosamente e ostinatamente attraverso le splendide stanze che ospitano alcune delle più recenti opere grafiche e scultoree del giovane artista reggiano. Che rifiuta l’idea di evoluzione e progresso nelle arti. Che presenta al pubblico la necessità del modellato grafico e scultoreo in grado di persistere anche nell’era digitale. Che vede nel tempo un avanzare e un retrocedere continui «perché l’importante non è rinnovare – sottolinea Branchetti – o attualizzare». Da qui la scelta dell’argilla: «Mi permette di creare dal nulla, di avanzare, retrocedere, distruggere, ripartire. Al contrario di ciò che accade con il marmo dove la necessità è quella di togliere. E ancora: «Se da sempre lavoriamo sulla figura umana, un motivo ci sarà». Ecco perché la vera sfida, per uno scultore, diventa misurarsi con l’antichità. Riflettendo attorno alla grammatica della scultura «intesa come azione necessaria ad indagare la dimensione plastica, il peso, lo spazio e il volume che ne costituisce la forma».
La prima stanza è emblematica e propedeutica all’intera mostra. Il primo felice incontro è con un mezzo busto. Un ritratto solo nello spazio con il quale necessariamente dialoga e interagisce. Il visum, assente, è sostituito da un foro passante. Foro come richiamo all’antichità. Foro come parte di un tutto. Foro come irrevocabilità d’un segno assoluto. In un rapporto perfetto di volumi e di spazi, questa scultura ( “bronzo e aria”) è immersa in una bolla temporale che trascende il tempo. Nella didascalia leggiamo “M78” che, non a caso, è il buco nero centrale della galassia ellittica gigante Galassia Virgo A, la più grande galassia dell'universo “vicina” a noi.
Ci lasciamo solo fisicamente “M87” alle spalle per entrare nella seconda sala annunciata dall’irrevocabile foro ed essere rapiti da un disegno. «Il disegno – spiega Branchetti – è un diverso tipo di pensiero, come lo è il linguaggio. E può essere propedeutico alla scultura o, come in questo caso, arrivare dopo. “Un pomeriggio di sole ad Agrigento I” è una riflessione su una figura di donna sdraiata. «A questo senso di gravità – spiega l’artista – si può arrivare solo dopo la scultura». Qui la figura femminile si rapporta con lo spazio schiacciandolo e allo stesso tempo venendone sollevata.
Nella sala degli Specchi ci accolgono tre riflessioni: una scultura, un gruppo di sculture e una serie di bozzetti.
La scultura è un busto in alluminio, Gargantua, una superficie siderale che abita lo spazio ora pesantemente ora pronta a spiccare il volo. Il taglio che prende il posto del foro, in dialogo con “M87” che continua a guardarci.
Al centro il Leviatano: due corpi senza testa, o meglio due corpi rimasti senza testa, dal momento che la scultura è stata “concepita” nel 2018 e “nata” nel 2022. Due corpi non collocabili nel tempo. E la lavorazione in 3D fa sì che “la pelle” del Leviatano mostri la sedimentazione delle ere. Ma ancora una volta Branchetti ci mette in guardia: «La scelta del 3D non è ostentazione dell’innovazione ma un mezzo per raggiungere l’obiettivo. Quello che mi sta a cuore non è l’originalità ma l’originarietà».
Ed eccoci agli studi in terracotta raccolti sotto il titolo di Gravitas: una serie di bozzetti tutti della stessa dimensione, 7x15, che ci mostrano figure sdraiate attraverso pochissimi segni «perché solo quelli, fra tanti, sanno raccontare una certa narrazione».
Si cambia sala, e a dialogare sono due carboncini e una Gravitas. Il primo carboncino, “Un pomeriggio di sole ad Agrigento II”, richiama la figura femminile che prima era sdraiata mentre ora è seduta: in mezzo, la Gravitas in terracotta (che arriva dopo il disegno) ci ripropone la stessa figura con le braccia strette intorno alle gambe. Lo sguardo è catturato dal secondo carboncino in bianco e nero: la testa del cavallo del Partenone di Fidia. No, non è un clic perfetto, è un carboncino che esprime risolutezza. «Più si accorcia la distanza tra mano e mente – riflette Branchetti – tanto più il pensiero diventa chiaro».
Con la testa di cavallo che non ci lascia, eccoci affacciati all’ultima stanza. Interdetta ma non allo sguardo. Un carboncino 9x11. È Athena Lemnia di Fidia al centro di un cerchio. Luce e ombra a richiamare la prima stanza: bronzo e aria. Là mancava il viso, qui la tridimensionalità. Avanti e indietro nel tempo. Per ritrovarsi.
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