Italia in-attesa in 12 racconti
La mostra organizzata a Palazzo da Mosto sarà visitabile fino al prossimo 8 gennaio. Gli scatti tra marzo e maggio 2020. Tra i fotografi in vetrina la reggiana Paola De Pietri
Reggio Emilia «La cultura di questi tempi serve più che mai per capire questo mondo complicato uscito dal lockdown». Così il sindaco Luca Vecchi la mostra “Italia in-attesa. 12 racconti fotografici”.
Curata da Margherita Guccione e Carlo Birrozzi, sarà visitabile a Palazzo da Mosto fino all’8 gennaio. È organizzata da Palazzo Magnani con il Comune di Reggio Emilia, insieme al Maxxi di Roma e al ministero della Cultura.
Il progetto racchiude 12 pensieri di alcuni tra i più brillanti fotografi d’Italia attraverso la narrazione di un’Italia sospesa, interdetta, trasformata da un’occasione eccezionale e auspicabilmente irripetibile: il primo lockdown causato dal Covid.
È descritto un tempo diverso dove anche lo spazio, l’architettura e l’ambiente diventano “altro” quando l’uomo non li abita. Un racconto che si sviluppa – tra marzo e maggio 2020 – nel segno della sensibilità di altrettanti grandi fotografi: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr e George Tatge.
Lontane dagli stereotipi legati al Belpaese, le immagini parlano di paesaggi spaesati che sposano la bellezza sublime con la percezione di una crisi profonda. Alla natura rigogliosa che riempie progressivamente gli spazi urbani corrisponde il vuoto e l’assenza di vita umana.
Sono racconti parziali, soggettivi, che ci introducono a nuovi punti di vista, modificando le consuete poetiche di narrazione dello spazio fisico. La mostra ci riporta in un passato non ancora alle spalle in cui l’Italia viveva un periodo di alienazione e di smarrimento. Tale aspetto, unitamente al silenzio, si coglie in tutti i lavori dei fotografi. Ciò porta a riconsiderare luoghi e spazi consueti in virtù di altre peculiarità, perché ambienti, piazze, strutture, monumenti che diventano “altro” quando l’uomo cessa di abitarli.
Due esempi lampanti li forniscono la reggiana Paola De Pietri e Silvia Camporesi: entrambe alle prese con due luoghi che, a pieno regime, sarebbero debordanti di gente e confusione: le spiagge e le città della Romagna.
Elegante, perfetta piena di poesia la De Pietri, estraniante la seconda. Da notare, della fotografa reggiana, le bellissime inquadrature di Venezia i cui colori “sbiancati” che uniformano acqua e cielo comunicano una irreale calma piena di partecipazione emotiva.
In un’atmosfera metafisica sono immersi i centri storici umbri ritratti da George Tatge in cui il senso di vuoto non è opprimente ma quasi liberatorio. Con tratto deciso Allegra Martin ritrae i luoghi emblematici della cultura milanese, colti senza vita inerti. Le sue foto, dai colori ben definiti, pur nella sospensione sembrano dare nova vita ai monumenti e alle opere d’arte che così attirano lo sguardo; al centro sta il boccascena nero del Piccolo Teatro di Milano che sembra voglia inghiottire chi guarda.
Olivo Barbieri, per l’indagine-racconto, sceglie la Camera degli Sposi del Palazzo Ducale di Mantova; diversamente Guido Guidi restituisce allo sguardo particolari trascurabili della realtà caricandoli di rinnovato senso. Francesco Jodice, mediante immagini satellitari, ci presenta invece un reportage attraverso quattro architetture simbolo della cultura italiana contemporanea: una sorta di ecomostri con il Colosseo al proprio centro.
I siti simbolo della città eterna ripresi da Andrea Jemolo, si confrontano con alcuni centri storici danneggiati dal terremoto che ha colpito il Centro Italia del 2016.
Ilaria Ferretti ritrae luoghi in cui le tracce della vita e del tempo sono ormai affidate solo al movimento delle ombre e alla rassicurante persistenza della natura.
Guardando queste immagini, ognuno di noi può rispecchiarvi la propria esperienza vissuta durante il lockdown e chiedersi: dopo due anni come possiamo “rileggerle”?
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