Gazzetta di Reggio

Reggio Emilia

«Bruciate il vostro velo»

Alice Benatti
«Bruciate il vostro velo»

Malina Suliman con la sua arte sfida i talebani per i diritti delle donne. La sua opera “Beyond the veil” in mostra al Binario49 di via Turri

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Reggio Emilia Fare arte non è una cosa per donne, in Afghanistan. Soprattutto se intrinsecamente politica. Eppure Malina Suliman, “armata” di bomboletta spray, a Kabul con i suoi graffiti ha sfidato il regime oppressivo dei Talebani in nome dei diritti negati alle sue connazionali. Classe 1990, è una delle più importanti artiste afghane viventi e ha pagato caro il prezzo della sua “voce”: le aggressioni fisiche e le minacce ricevute nel suo Paese l’hanno spinta a rifugiarsi in Olanda, dove continua la sua produzione artistica. A Reggio Emilia – precisamente alla mostra collettiva “Cercando la libertà”, ospitata al Binario49 di via Turri 49 – ha portato le registrazioni video di due esperimenti sociali legati al burqa che si muovono tra le vie di Amsterdam e di Kabul, rivelando il profondo contrasto fra Occidente e Medio Oriente.

Cos’è che rende così forte il suo bisogno artistico? Ha rischiato molto con la sua opera di denuncia. ..

«Non lo faccio per me stessa ma per i diritti di tutte le donne afghane. Alle donne in Afghanistan non è consentito di perseguire l’istruzione né la carriera: il matrimonio e i figli erano e sono la loro unica opzione. Le donne sono trattate come oggetti sessuali o macchine per la produzione di bambini e qualsiasi sfida a questa concezione si traduce in uccisioni pubbliche quotidiane. Tutto ciò mi turba profondamente. Mi sono immersa nell’arte contemporanea e di strada proprio per sensibilizzare i giovani e le donne sui loro diritti. E il mio lavoro ha generato una sana discussione sulla questione della violenza contro le giovani donne».

In Iran le donne stanno bruciando l’hijab per rivendicare la loro libertà mentre lei in Afghanistan è stata costretta a indossare il burqa. Cosa vuol dire vivere una vita dietro il velo?

«Il velo o burqa non è solo un pezzo di tessuto infetto: è un modo per controllare le donne e limitare la loro libertà. Il burqa è una sorta di strumento per portare via alle donne la loro identità e il loro riconoscimento nella società. Vivere dietro il velo è una forma di prigione come la schiavitù, che vede, ogni giorno, in nome della tradizione afgana, le donne essere vendute dai loro familiari maschi. Sono veramente orgogliosa delle donne iraniane che difendono i loro diritti e bruciano veli indesiderati. Auguro alle mie donne afghane che un giorno avranno la capacità di difendersi da sole e di bruciare il loro velo».

Cosa e quanto ha significato nella sua vita il richiamo dell’arte?

«Per me fare arte è qualcosa che va oltre il fatto di sollevare la questione della giustizia sociale. L’arte mi ha aiutata a trovare la mia voce, è un’espressione della mia anima interiore e, quando la esprimo, si lega alle istanze e ai temi della giustizia sociale. Molte persone infatti mi chiedono come sono sopravvissuta alla paura, all’insicurezza e alla precarietà dell’esistenza in Afghanistan: l’arte è stata l’unica medicina che mi ha aiutato a sopravvivere a una società dominata dagli uomini, permettendomi di essere fiduciosa attraverso la mia espressione personale. L’Afghanistan mi ha sensibilizzato sulla questione dell’oppressione delle donne e a combattere per queste questioni di giustizia sociale. Questi valori di base sono rimasti con me e hanno influenzato la maggior parte delle mie opere d’arte. Alcuni di questi concetti e idee ora includono la questione della globalizzazione e il modo in cui impatta sulla comunità e sui gruppi più emarginati. È la generazione più giovane di afghani ad aver subito l’impatto più negativo. Queste idee e concetti colorano certamente la mia visione e la mia arte».

Che rapporti ha oggi con il suo Paese?

«Personalmente, l’Afghanistan è il luogo in cui sono nata e ho trascorso la mia infanzia. Dove ho una famiglia e molti amici. È anche il luogo dove ho scoperto l’arte, il mio primo amore. Pertanto, aver lasciato l’Afghanistan non significa aver reciso le mie radici. L’Afghanistan è parte del mio corpo: se il mio Paese soffre io lo sento. Culturalmente non sono d’accordo con molti elementi della cultura afghana: in particolare la disuguaglianza e l’oppressione delle donne sono nauseanti. E non vedo alcuna giustificazione per questo maltrattamento. Questo infatti è il tema della maggior parte della mie opera d’arte. Ed è il motivo per cui accetto e apprezzo le donne che sono trattate come eguali, anche che se l’Occidente ha davanti una lunga strada per stabilire la completa uguaglianza».

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