L’emancipazione femminile nelle opere di Clelia Mori
L’artista in mostra a Roma con “Il mistero negato”: quattro opere per rivendicare la libertà e valorizzare la figura materna
Reggio Emilia Sarà inaugurata oggi a Roma al Lavatoio Contumaciale – gestito da Tomaso Binga, artista di fama internazionale che ha partecipato alla Biennale di Venezia 2022 – la mostra “Il mistero negato” con le opere della reggiana Clelia Mori che saranno esposte sino al 18 novembre. Mori da alcuni anni è impegnata in un progetto artistico che è contemporaneamente ricerca della propria identità come donna, oltre che artista, e pratica politica volta a sottrarsi all’ordine simbolico maschile, oltre che a valorizzare la figura materna per la sua funzione generativa e non solo riproduttiva. Era il 2015 quando, in ottobre, lesse sui giornali la notizia della protesta di 400 operaie che lavoravano alla carrozzeria della Fiat di Melfi nei confronti delle nuove tute bianche da lavoro che si macchiavano facilmente di sangue mestruale. Questa vicenda le ha dato la spinta per una ricerca che dura tuttora e che ha trovato concretezza in questa esposizione, curata da Andrea Tinterri e Katia Ricci.
«Dovevo raccontare – spiega Clelia Mori – la preziosità naturale, anarchica del nostro sangue, la sua valenza soprannaturale che crea la vita dopo il concepimento e la conserva e l’ho fatto trasmutando il rosso in oro».
«Il percorso di Clelia Mori – afferma Katia Ricci – parte da lontano: occuparsi di corpo e sangue mestruale per una donna, artista e femminista, sono passaggi quasi inevitabili, concetti con cui confrontarsi in letteratura come nell’arte visiva. La contaminazione tra pittura e scrittura, tra tessitura, parole, immagini e racconto sembra essere proprio una caratteristica femminile che ci riporta ad epoche lontane, primitive. Con ago, filo e pennello, in una concatenazione di pittura, arte e parole, Clelia si inserisce nel solco di tutte quelle donne, artiste, pensatrici, o comunque costruttrici di civiltà, che, uscite dal silenzio, hanno dato e raccontato la propria interpretazione del mondo in libertà e fedeltà a sé stesse. Negli ultimi anni l’artista si è concentrata sul tema del sangue mestruale, che lei chiama “sangue di vita”, per indicarne il valore come simbolo di vita e non di morte, come quello che invece sgorga dalle ferite inferte ai corpi di donne nei numerosi femminicidi. Clelia non si riferisce a una storia di oppressione, non è un lamento il suo, ma il racconto e l’esaltazione della creatività femminile».
«Dopo una prima e propedeutica fase in cui i pantaloni delle operaie di Melfi venivano ricamati nella parte corrispondente alla macchia originaria con un filamento e un pigmento rosso – aggiunge Andrea Tinterri – Clelia Mori abbandona le tute come la fabbrica e recupera delle lenzuola usate da altre donne per raccontare il tabù del sangue mestruale. Ricama mischiando al rosso l’oro per elevare, simbolicamente, quel sangue, quella forma che non è ferita ma formalizzazione di un mistero. Lenzuola spesso sgualcite che non nascondono le tracce del tempo ma che mantengono la possibilità di ospitare una nuova parola, di essere trafitte da un ago e un filo per ricodificare la propria funzione ed elevarsi a stendardi. Al colore è spesso associata la parola: brevi frasi che scandiscono i limiti della tela per cancellare ogni ambiguità e ribadire la chiarezza del messaggio».
Nello specifico, nella mostra di Roma, saranno esposte quattro opere dell’artista reggiana: “Sangue di vita”, “Il corpo del tempo”, “Creatrici del tempo” e “Rivoluzione della tenerezza”.
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