Gazzetta di Reggio

Reggio Emilia

“Patria-Il paese di Caino e Abele”: l’Italia negli occhi di due fratelli

“Patria-Il paese di Caino e Abele”: l’Italia negli occhi di due fratelli

Un debutto nazionale domani sera (ore 21) al Piccolo Orologio

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Reggio Emilia «Ci sono esplosioni che durano poco. Altre che durano una vita intera». Giunge al quarto appuntamento “Fatti vivo”, la stagione teatrale curata dal Centro Teatrale MaMiMò al Teatro Piccolo Orologio. Al debutto nazionale, “Patria-Il paese di Caino e Abele”, nato da un’idea di Fabio Banfo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana, ripercorre gli eventi salienti ed irrisolti della Storia d’Italia, dal dopoguerra ai giorni nostri, attraverso gli occhi di due fratelli, la cui vicenda famigliare intreccia ed illumina di significato le tracce ed i vuoti lasciati dagli eventi stessi.

Lo spettacolo, una co-produzione di Centro Teatrale MaMiMò e Eco di fondo, interpretato da Fabio Banfo, andrà in scena al Teatro Piccolo Orologio di via Massenet domani e sabato (ore 21) e domenica (ore 17) per poi replicare la prossima settimana.

Gli anni di piombo, con la loro scia convulsa di stragi, tentativi di golpe, terrorismo, lobbies, mafie, servizi segreti, fanno da spina dorsale e sfondo in movimento alla storia di Abele, un “idiota Dovstoevskiano”, alla spasmodica ricerca del fratello, Caino, scomparso in un attentato ferroviario (la strage dell’Italicus).

E se il fratello non se ne fosse mai andato? E se fosse lui, il terrorista? Se fosse un mafioso? Forse è implicato talmente a fondo nelle efferate vicende raccontate da dover scomparire per forza. O forse è semplicemente morto come tanti in uno dei mille misteri rimasti senza risposta di quegli anni incredibili.

Il sottile filo della memoria che si fa ricerca e racconto, stretto nell’angusto spazio dai confini rarefatti che la scenografia ricrea sul palcoscenico, ripercorre di esplosione in esplosione la vita ferita di questo piccolo microcosmo, di questo piccolo paese che si chiama Patria e che rappresenta, nelle sue dinamiche, l'intera Italia. Si sforza di ricucirne gli strappi e dare nuovo senso e dignità, alla ricerca, talvolta frustante, della verità, come una tela di Penelope che da troppe parti viene disfatta nel momento stesso in cui la trama viene intrecciata. Scorre inesorabilmente verso una fine lenta e pietosa, indifferente ad i suoi figli che vanno e vengono.

«Non era una gran vita – confessa Abele – non era un gran paese. Ma era la mia, la nostra Patria. E adesso non c'è più. Adesso non ci siamo proprio più...».

Come dice il testo, una vita che può essere contenuta all'interno di una sola esplosione, di una bolla, da cui grida la sua inesausta sete di verità. Un racconto, quello del nostro paese, inevitabilmente tragicomico, dove le memorie degli eroi e quelle dei malvagi, in un perpetuo carosello, si mescolano indissolubilmente come le storie dei nostri due fratelli.

Una biografia familiare che finisce per diventare la biografia di una nazione che si interroga sulla propria identità, attraverso quelle vicende che hanno contribuito a fare dell'Italia dei nostri nonni, il paese che lasceremo ai nostri figli.

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