Gazzetta di Reggio

Reggio Emilia

Giorgio Parisi, genio e umanità di un Nobel molto speciale

Chiara Cabassa
Giorgio Parisi, genio e umanità di un Nobel molto speciale

Il fisico premiato a Stoccolma nel 2021 raccontato dallo scrittore reggiano Piergiorgio Paterlini

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Reggio Emilia Uno zampino da Nobel.  Lo scrittore reggiano Piergiorgio Paterlini ha curato con il Premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi l'autobiografia “Gradini che non finiscono mai”, da oggi in libreria.

Lo abbiamo intervistato.

Come e quando nasce l’idea dell’(auto)biografia di Giorgio Parisi?

«Posso dirlo con precisione assoluta: era la notte del 4 agosto 2021. Ho fatto a Giorgio Parisi gli auguri per il compleanno, come sempre, e gli ho buttato lì l’idea dell’autobiografia a quattro mani. Lui mi ha risposto subito di sì. Sottolineo che il Nobel è arrivato solo due mesi dopo, il 5 ottobre. Mai parlato di Nobel con lui, conoscevo il suo genio assoluto – e buona parte della sua vita personale (molte altre cose le ho scoperte anch’io lavorando con lui al libro) – ma non mi era mai venuto in mente il premio Nobel, non perché non lo ritessi meritevole, anzi, semplicemente perché non penso mai al Nobel e con lui non ne avevamo mai neanche vagamente accennato. Al punto che avevamo programmato di cominciare a lavorare insieme a fine giugno di quest’anno, avevamo entrambi altri libri e altri progetti in corso. Il 30 giugno di quest’anno abbiamo invece consegnato all’editore la prima stesura del testo».

Dove e quando ha invece conosciuto Giorgio Parisi?

«Alla fine degli anni Settanta. A Roma. A casa di Luce d’Eramo (per gli amici Lucetta) , la grande scrittrice amica e studiosa di Ignazio Silone. Daniella Ambrosino, moglie di Giorgio, e Giorgio stesso avevano un rapporto di amicizia speciale con Lucetta. A mia volta fin dal liceo avevo cominciato a studiare Silone – ormai lo sanno anche i sassi – avevo fatto la tesina della maturità su di lui, Lucetta, generosissimamente, l’aveva revisionata e poi ne aveva fatto pubblicare un estratto sulla prestigiosa Fiera letteraria, ed eravamo diventati amici. Così ho conosciuto Giorgio. Pure l’amicizia con lui e con Daniella è stata immediata, affettuosa, intensa. Al punto che per un bel po’ci siamo persi di vista – come accade, le vite di ognuno prendono nella maturità le loro strade definitive – ma quando una decina di anni fa ci siamo ritrovati abbiamo scoperto che avevamo continuato a seguire i percorsi l’uno dell’altro (Daniella compresa) e soprattutto che il ricordo, la stima, l’amicizia, l’affetto erano rimasti intatti, fortissimi».

Scrivere a quattro mani con un Premio Nobel: quale il valore aggiunto e quali, se ce ne sono state, le difficoltà?

«Il “valore aggiunto” – anche se questa espressione non mi piace, e so che non piacerebbe neanche a Giorgio, ma la prendiamo per comodità – sta tutto in Giorgio Parisi, ovviamente. Il valore aggiunto è lui, la sua straordinarietà. Per me, pensando soprattutto a quei poco più che ragazzi che eravamo allora, un’emozione e un privilegio infiniti. Sono l’unico scrittore che racconterà al mondo la vita del Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Le difficoltà, devo dirlo, sono state tante e molto grandi. Dalla mole di materiale da assorbire e organizzare in poco tempo al mettere un piede, non più che questo, in un mondo difficilissimo e che non era certo il mio pane quotidiano. Ma non voglio fare la lista della spesa. La scelta che più mi ha fatto sputare sangue per almeno un paio di mesi è stata a quale altezza collocare l’asticella della parte teorica del libro, perché bisognava renderla accessibile al numero più alto di persone possibili – questo è un libro per tutti – e allo stesso tempo tenere un rigore che consentisse a Giorgio di “difenderlo” senza problemi davanti alla comunità scientifica internazionale. La soluzione è venuta quando ho capito la differenza tra “divulgare” e “raccontare”. In una (auto) biografia non bisognava “divulgare” le sue scoperte teoriche, in ogni caso intraducibili per i non addetti ai lavori, come lo stesso Giorgio ha più volte ricordato, ma si poteva e si doveva “raccontare” il suo lavoro esattamente come la sua vita quotidiana. Raccontare ciò che aveva scoperto e che ha cambiato radicalmente la Fisica quantistica, i campi in cui aveva lavorato, le strade che avevano, spesso imprevedibilmente, aperto. E come aveva incontrato quei temi, in che modo le sue scoperte avevano via via cambiato la nostra comprensione del mondo e anche la nostra vita quotidiana, come gli erano venute le idee, quando, dov’era e con chi. Il racconto, insomma».

Parisi racconta la sua vita privata, quella dietro ai riflettori, con una semplicità disarmante… o comunque è questo che percepisce e stupisce il lettore. Come ha percepito lei questa semplicità?

«La conoscevo, ma sperimentarla quotidianamente per un anno – da novembre a novembre – è stata un’altra cosa. Giorgio ama i toni pacati, e l’enfasi non è decisamente nelle sue corde. Chiunque l’abbia ascoltato anche solo una volta lo sa. Sono, siamo dunque stati, insieme, particolarmente attenti a far sì che il lettore senta la sua voce, questa sua voce unica, e percepisca con esattezza il “tono” della sua personalità. Detto questo non posso non dire – senza mitizzazioni – che la sua umanità è grande quanto il suo genio».

Parisi si confronta, nel dialogo con lei, sul tema della “felicità” cui preferisce la parola “contentezza”, della vecchiaia, della morte, ma anche dei balli greci e della cultura di cui sono espressione, su linguaggio e sul mistero della coscienza, pur continuando a inseguire i numeri…

«Lui per me è la sintesi esemplare di come si possa essere, con grande naturalezza, un grandissimo scienziato e un uomo come potrebbe essere ciascuno di noi, ed è anche la sintesi vivente delle famose “due culture”, quella cosiddetta umanistica-classica e quella scientifica, in Italia ancora assurdamente separate».

Durante la stesura dell’(auto) biografia cosa l’ha sorpresa più di ogni altra cosa?

«La sua disponibilità, la sua dedizione. Ci siamo scritti, scambiati messaggi, parlati tutti i giorni, spesso più volte al giorno, e -in particolare da dicembre a marzo (mesi non settimane) – abbiamo stabilito un calendario in cui dialogavamo tre ore a fila, tre ore ogni volta. Giorgio, con tutti gli impegni, le richieste, gli incontri che potete immaginare e che qualcuno avrà anche visto, non ha mai, dico mai mancato uno solo dei nostri appuntamenti, non è mai arrivato in ritardo, non mi ha mai detto – e chissà quante volte avrebbe potuto – “scusami Piergiorgio ho questo imprevisto, questo impegno inaspettato con il Premier, con l’Accademia dei Lincei, con il Presidente Mattarella, con il sindaco di Roma per il nuovo Museo della scienza, con Nancy Pelosi, con Paul Auster… O – ultimi ma non ultimi – con Daniella, con mia figlia Lorenza, con mio figlio Leonardo, con i miei amati nipotini Martino, Teo, Giaìro” (in rigoroso ordine d’apparizione)».

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