Dentro Le stanze di Guido Monti
Poesie che scavano nella realtà e fanno emergere trappole illusorie
Reggio Emilia «Disturbo, vorrei un sussulto? Ma dormono mangiando col bimbo che davanti all’analogico…». Così Guido Monti nell’ultimo libro di poesie “Le stanze” (peQuod, Ancona) accolto con il meritato plauso dalla critica che l’ha considerato come «la testimonianza di una piena maturità espressiva che fa dell’autore una figura di riferimento della nuova poesia». Il libro è stato presentato ieri alla Libreria dell’Arco e con Monti ha dialogato Alberto Bertoni, docente di letteratura italiana contemporanea all'Università di Bologna.
L’autore marchigiano ma reggiano d’adozione, curatore di “Vola Alta Parola” - la fortunata rassegna dedicata ai poeti e alle loro pubblicazioni - non ha problemi a optare per versi solidi, parole esplicative di racconti, avendo improcrastinabili contenuti da comunicare. Potremmo pensare che, uscendo allo scoperto, “Le stanze” siano l’ulteriore sfida dell’ennesimo intellettuale autorizzato a strombazzare la sua ricetta. In realtà è vero proprio il contrario in quanto Guido Monti dà l’impressione dell’urgenza, perché desidera comunicare le trappole illusorie in cui siamo invischiati, volendole scovare tra quelle certezze che considera come piatti ghiotti ma letali. A proposito della nostra esistenza, la raccolta smantella l’apparato generale non nelle sue strutture portanti ma soprattutto nei piccoli ingranaggi beffardi in cui s’insinua la natura coscientemente pessimista dell’autore: «Io che me ne sto tra il vecchio della ruralità ed il nuovo della casa insonorizzata tra la magica progressione dei tempi e le solite storielle, i soliti ingranaggi di tutti noi…».
Così, giunto ad un certo punto, non ce la fa più… e deve esternare. Crediamo di individuare il la nella citazione iniziale di Philip Larkin: «E all’improvviso non una parola viene ma il pensiero di finestre alte». Ecco, queste sono le finestre alte delle sue stanze dalle quali partono gli interrogativi racchiusi nei versi che, mentre scorrono, sembrano dire tutto ma di fatto innescano altre domande. In ogni caso quelle possono essere le finestre sulle quali l’autore si arrampica dubitando se chiuderle - quindi cancellarle conservando la propria intima dimensione- o per spalancarle e guardare fuori auspicando un nuovo rinascimento.
La stanza preserva il ricordo o impedisce la contaminazione? Monti se lo chiede nel libro che, tra l’altro, è stato finalista al Premio Metauro. Potrebbe servire buttarsi nel ricordo, poiché la stanza della memoria è immensa, ma chissà se «in questo tempo violento come tanti ma senza più immaginazione» scegliamo quella personale, intima o una storia a cui anche gli altri possono attingere? Intanto «infuoco il giornale s’ illumina lo stipite, ardono i titoli delle stragi che camminano in Siria con parole senza storia…». Potrebbe essere una via d’uscita sfuggire alla dimensione presente auspicando «pareti essenziali dove le stanze di memoria e futuro si specchiano perché prive di cianfrusaglie che il nostro contemporaneo buon venditore vorrebbe proporci ma noi non ci cadiamo…».
E ancora propone efficaci frammenti di vita quotidiana: «Mi fa cogitare assieme ai disegni di Nina (la figlia, ndr) arrampicati sul frigo»; sovrappone visioni nitide di personaggi mitologici di quelli che «cercano approdo» come Ulisse ed Enea o echi di riflessioni di poeti del passato: Auden, Herbert (non dimenticano che Monti è anche critico letterario).
Mentre attraverso “Le stanze” sembra chiedere una nostra reazione, qualcosa per dire che siamo vivi e da parte sua dimostra che la poesia ha ancora senso perché la dichiara ancora capace di stringersi in un’efficace sintesi arrivando all’osso delle questioni. Egli in questa sintesi non semplifica, apre sempre… la sua è una finestra dischiusa a varie possibilità: o su stanze che si dipanano come un labirinto, oppure constata si muoversi al buio sempre nella stessa stanza. Da qui l’urlo della poesia … «ma chi chiamare a quest’ora? E se volassi via?».
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