Benedetta Artefacile a Cadelbosco: «L'arte contemporanea non è un club esclusivo per pochi eletti»
La seguitissima influencer a L’Altro Teatro con lo spettacolo “Questa non è una banana”
Cadelbosco Sopra Avvicinare l’arte contemporanea alle persone. E’ questa la sfida di Benedetta Colombo, la giovane e seguitissima influencer, nota su Instagram come Benedetta Artefacile che sabato 7 febbraio alle 21 sarà a L’Altro Teatro di Cadelbosco di Sopra con “Questa non è una banana”, uno spettacolo in cui smonta i miti e i luoghi comuni sul mercato dell’arte, svelando il dietro le quinte di un sistema che mescola creatività, provocazione e strategie commerciali raffinate.
Come nasce la tua voglia di raccontare l'arte contemporanea?
«Nasce da un senso di frustrazione trasformatrice. Mi capitava spesso di trovarmi davanti a opere incredibili, circondata però da persone che sbuffavano dicendo: "Questo potevo farlo anche io". Mi sono resa conto che il problema non era l'arte, ma il "muro" che le era stato costruito attorno. Ho sentito il bisogno viscerale di abbattere quel muro, di dimostrare che l'arte contemporanea non è un club esclusivo per pochi eletti, ma un linguaggio che parla di noi, qui e ora».
150mila follower è un numero enorme, come si fa a raggiungere questo risultato?
«Raggiungere 150mila follower non è un obiettivo che si centra con una formula matematica, ma con la capacità di stabilire una connessione reale e costante con chi sta dall'altra parte dello schermo. Il segreto, se così si può chiamare, sta nell'essere presenti ogni giorno con generosità, parlando un linguaggio che sia allo stesso tempo autorevole ma accessibile, trattando la propria community non come un numero, ma come un gruppo di amici curiosi a cui si vuole bene e ai quali si vuole trasmettere una passione sincera».
Benedetta, per quanto riguarda l’arte, c’è bisogno di semplificare le cose o di raccontarle diversamente?
«Credo che la sfida non sia tanto semplificare, che a volte rischia di sminuire il lavoro dell'artista, quanto piuttosto narrare in modo diverso. Non abbiamo bisogno di rendere l'arte "facile" nel senso di superficiale, ma dobbiamo renderla "potente" eliminando il linguaggio accademico e polveroso che spesso funge da barriera. Raccontare diversamente significa rimettere al centro l'esperienza umana e la capacità dell'opera di generare un corto circuito emotivo o intellettuale in chi la guarda».
Quali sono i meccanismi che trasformano gli oggetti comuni in icone?
«Il meccanismo che trasforma un oggetto comune in un'icona è strettamente legato al potere del contesto e della narrazione che l'artista è in grado di costruirci attorno. Quando un oggetto d'uso quotidiano viene strappato alla sua funzione pratica e isolato in uno spazio sacro come il museo, subisce una metamorfosi: smette di servire e inizia a significare. In quel momento, l'oggetto diventa un contenitore di idee e un simbolo di una condizione umana, acquisendo un'aura che lo rende eterno agli occhi della società».
Sembra che in ballo ci sia proprio il concetto di valore o per dirla diversamente che tutto ruoti attorno alla domanda, cosa vale per la nostra società?
«Tutto questo ci porta a riflettere su cosa valga davvero per noi oggi, perché il valore nell'arte contemporanea è lo specchio dei valori della nostra società. Se un tempo il valore era legato alla bellezza estetica o alla rarità dei materiali, oggi risiede nella capacità di un'opera di intercettare il dibattito pubblico e di dare forma ai dubbi del nostro tempo. Ciò che vale per noi non è più solo l'oggetto fisico, ma l'impatto culturale che quell'oggetto riesce a generare, diventando una valuta simbolica che misura la nostra capacità di comprensione del mondo».
Dal tuo punto di vista a cosa serve l’arte oggi? Qual è la sua funzione?
«Oggi l'arte serve a scuoterci dal torpore di un mondo che corre troppo veloce e che ci vorrebbe tutti uguali e produttivi. La sua funzione principale è quella di essere una palestra per il pensiero critico e un rifugio per la nostra sensibilità, offrendoci la possibilità di guardare la realtà da angolazioni impreviste. L’arte ci serve per restare svegli, per imparare a porre le domande giuste e per ricordarci che, oltre la superficie delle cose, esiste sempre un universo di significati ancora da scoprire».
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