Elio e le storie tese stasera a Reggio Emilia: «Chi usa l’autotune non sa cantare»
Il chitarrista Cesareo, al secolo Davide Luca Civaschi, presenta così il concerto degli “Elii” in programma alle 21 alla Festa nazionale dell’Unità
Reggio Emilia «Chi usa l’autotune lo fa perché non sa cantare, è un doping che rovina la musica. È tutto piatto, tutto fatto con lo stampino». Parte alla carica, segnando orgogliosamente la distanza tra le proposte contemporanea e quella della sua band, il chitarrista di Elio e le Storie Tese, Cesareo, nome d’arte di Davide Luca Civaschi. Lo fa presentando il prossimo concerto degli “Elii”, quello in programma stasera alle 21, alla Festa nazionale dell’Unità.
Un’esibizione particolare anche per gli standard di Elio e le Storie Tese. Per l’occasione, la formazione milanese proseguirà con la formula varata nel “Tour à la carte”: la scaletta è stata scelta dal pubblico, che ha votato tramite il sito ufficiale le canzoni desiderate tra quelle contenute in un lungo elenco. Quelle con più preferenze verranno eseguite.
I voti del pubblico vi hanno regalato sorprese?
«Devo dire che siamo rimasti un po’ delusi, perché abbiamo messo in campo un sacco di pezzi che non facevamo da anni, ma i nostri fan hanno scelto i grandi classici».
Perché, secondo lei?
«Forse hanno paura di non ascoltare le canzoni che conoscono meglio e amano, e allora le indicano per sicurezza. Ma qualche sorpresa c’è stata ed è stato bello eseguire pezzi che non facevamo da tempo». È mancato un po’ di coraggio, forse? «Senza voler far paragoni, è come se vai a sentire i Rolling Stones e prudentemente ragioni: se metto troppe cose strane, poi non mi fanno “Satisfaction” o “Brown sugar”». Scelte a parte, la formula è piaciuta? «Sì, è stata apprezzata e per noi divertente: alla fine abbiamo fatto venti date abbastanza diverse l’una dell’altra». Ma chi ve l’ha fatto fare? Scalette così variabili richiedono molto più lavoro di preparazione. «Combattere la noia è una grande motivazione. Penso alle grandi band che per anni girano il mondo con quelle scalette reiterate, alla fine scoppi. Almeno noi ci divertiamo». E la noia va via? «Ci sono colleghi, di cui non dirò mai i nomi, che nelle scalette hanno stampato, oltre alle canzoni, anche le pause del parlato e i contenuti. Pensa che noia. È un approccio che piace anche a chi si avvicina a noi». Avete nuove leve di fan? «Anche se sembra strano, abbiamo tanti ragazzi di venti, trent’anni che vengono a sentirci, e noi abbiamo il doppio della loro età ormai. Magari è gente che non ci ha mai ascoltato dal vivo e il concerto può essere un modo per fargli conoscere altri brani oltre a “La terra dei cachi”, per dire». Una bella soddisfazione? «Non ho paura a dire che oggi trovo un “piattume” desolante nella musica: è proprio bruttina, non ci sono guizzi, solo giri prestampati, sembra fatto tutto con lo stampino. E c’è pure l’aspetto della tecnologia». A cosa pensa? «C’è l’autotune, che spopola, e c’è tanta gente che fa i pezzi con l’intelligenza artificiale e quella è la più grande tristezza che ci possa essere, perché la musica è arte. Se uno invece di dipingere col pennello e la tela alla fine si stampa i quadri, dove sono il divertimento, la passione, l’arte?». Strumenti troppo avanzati si ritorcono contro? «L’autotune è esattamente un trucco per far cantare gente che non è capace di farlo. Questa cosa va detta, l’autotune è un doping perché altera le capacità: se non sei capace di cantare, non fare il cantante». Ed è una tendenza arginabile, per lei? «Penso che i Maneskin abbiano fatto l’errore più grande della loro vita, sciogliersi, quando sono stati un fenomeno globale capace di far vedere che per la musica di un certo tipo c’è ancora spazio. Hanno portato dei ragazzini ad appassionarsi a un basso o una chitarra, ragazzini che fino a ieri compravano solo videogiochi e consolle. Speriamo che siano stimoli per tornare a fare musica in un certo modo». È molto cupo. E una band come la vostra come si muove, in queste acque? «Siamo uno dei gruppi più usati per le tesi delle università, per le analisi sui vari modi di linguaggio. Non credo abbiamo problemi qualitativamente, adesso ci manca un po’ lo stimolo, siamo sempre stati pratici, senza sfoderare bandiere e adesso manca qualcosa». Rimangono i vostri dischi, per certi versi molto attuali, senza tempo? «Credo che le nostre canzoni stiano nel tempo perché siamo un po’ come Max Pezzali». Come Pezzali e gli 883? «Mi spiego. Adoro Max Pezzali perché è riuscito a parlare delle cose di tutti i giorni, così come abbiamo fatto anche noi. Il linguaggio musicale è diverso ma non c’è poi molta differenza, cioè lui è più leggero e più allegro e più spensierato, ma il tema rimane. Credo sia un bel valore». l © RIPRODUZIONE RISERVATA
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