Max Gazzè: «Il mio mondo non c’è più»
L’artista in concerto ai Cantieri Pirodraga: «La scena musicale vive con algoritmi imposti da fuori»
Boretto Sabato 10 settembre i Cantieri Pirodraga a Boretto, uno degli spazi più suggestivi della zona lungo il Po del paese reggiano, accoglieranno Max Gazzè e una delle tappe più attese di “Scorre – Il Festival”, la rassegna culturale promossa nella Bassa di Reggio, Parma e Ferrara, omaggio al Po, alle sue tradizioni, alle sue genti e alle tante ispirazioni che nei secoli ha generato. Gazzè suonerà alle 21.30, impegnato alla voce e al basso, affiancato dalla sua rodatissima band, formata da Cristiano Micalizzi alla batteria, Clemente Ferrari alle tastiere, Daniele Fiaschi alle chitarre e da Max Dedo ai fiati.
Nel 2022 il musicista romano ha girato mezza Italia, replicando il tour del 2021 allora dedicato all’ultimo disco, “La matematica dei rami”. Quest’anno la selezione offre uno spaccato dell’intera carriera, rivisitata di volta in volta in base alla sede e all’umore. A Boretto, Gazzè arriva tredici mesi dopo l’ultimo suo momento reggiano, andato in scena nel vertice opposto della nostra provincia, il monte Cusna, la cima più alta dell’Appennino. Nell’agosto 2021 suonò a Febbio, lungo il Crinale che unisce l’Emilia alla Toscana, questa volta sarà al nadir di quello zenit. Due mondi per molti aspetti diversi ma entrambi capaci di dare emozioni. Ed entrambi figli della terra che fra gli anni ’80 e ’90 ha ospitato un’ondata musicale indimenticabile, quella guidata dai Cccp e poi Csi. Un mondo che Gazzè ha frequentato e conosciuto, e che ha omaggiato pure a Sanremo 2021 con una cover di un grande capolavoro firmato Csi, “Del Mondo”.
«Negli anni ’90, rispetto ad oggi – ricorda Gazzè – c’erano differenze. C’era una parte e c’era l’altra. C’era il pop e c’era la scena alternativa, quella che poteva ricordare la scena post-punk dell’Inghilterra in cui sono cresciuto e ho iniziato a suonare».
E lei dove si trovava?
«Frequentavo entrambi i mondi, presentavo i miei primi brani a Sanremo, quelli con cui ho avuto successo, ma ero pure spesso in giro con quel mondo che gravitava attorno ai Csi e al Consorzio Produttori Indipendenti».
Un’altra vita, per il rock italiano?
«È stato un grande periodo, c’erano i Csi, gli Afterhours, i Marlene Kuntz, ho suonato spesso con loro. Era l’unico ambiente in cui potevo ritrovarmi, ed era merito loro».
I ricordi non mancheranno, no?
«Sono tantissimi. Quando il Consorzio ha realizzato il tributo a Robert Wyatt (leggendario maestro del prog-rock inglese), il primo singolo è stata la mia versione di “Oh Caroline». Poi ho continuato a collaborare spesso con loro».
Un rapporto finito?
«No, ho suonato con Gianni Maroccolo, con Giorgio Canali e ho avuto una bella collaborazione con Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli. E seguo sempre i percorsi di Zamboni e di Ferretti, chiuso lassù al Cerreto e sempre acuto».
Coi ricordi vengono anche rimpianti?
«Beh, se guardo quello che c’è oggi, dove la scena musicale non c’è più, la discografia è praticamente annullata e deve vivere seguendo algoritmi, social e criteri che vengono imposti da fuori, è difficile non vedere come a quel tempo c’erano mondi chiari. E c’era un mondo in cui mi ritrovavo».
Suona cupissimo, oltre che crepuscolare.
«Credo di essere semplicemente, drammaticamente realista. E non sto parlando di qualità della musica e degli artisti, di belle proposte ce ne sono anche oggi, ma l’ambiente musicale non esiste più, ci sono logiche lontane e decise altrove».
A proposito di “altrove” reggiani, suonerà sul Po dopo aver visto il Cusna. Il luogo influisce sul concerto?
«Assolutamente sì, siamo persone che si fanno ispirare da quello che si trova attorno a loro, ed è giusto che sia così. La stessa canzone può cambiare tanto, su un palco o su un altro, ancora di più per noi, che suoniamo dal vivo senza basi, senza clic, metronomi o altro. Siamo solo noi, a volte basta un cenno fra noi per cambiare completamente un brano».
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