Gli 80 anni di Orietta Berti: la festa e le lacrime
Il pensiero va agli alluvionati: «Il cuore in Romagna, farò la mia parte». Dal dramma di Tenco alla gratitudine per Fazio, epopea dell’usignolo di Montecchio
In agenda non ha un buco: spot pubblicitari, libri, concerti, show e serie televisive che la vedono protagonista ironica e divertente sessant’anni dopo il suo debutto nel mondo dello spettacolo. È proprio vero: Orietta Berti va a “Mille” come il titolo della canzone che nel 2021, assieme a Fedez e Achille Lauro, l’ha proiettata in testa alla Hit Parade esattamente 56 anni dopo il primato conquistato con “Tu sei quello” disco per l’estate 1965. Giovedì 1 giugno l’usignolo di Cavriago, il nome di battaglia cucitole addosso negli anni Sessanta dallo speaker radiofonico Silvio Gigli, compie i suoi primi 80 anni. Parlano per lei 16 milioni di dischi venduti, cinque dischi d’oro, sette di platino, due d’argento e i suoi brani usciti in tutta Europa, in Sudamerica e persino in Giappone. Una carriera infinita affrontata sempre con il sorriso, una sorprendente capacità di reinventarsi e la voglia d’imparare con l’umiltà di chi non si sente sul piedistallo e cerca, pur mantenendo una sua identità, il confronto con gli altri, soprattutto con le nuove generazioni.
Signora Galimberti (vero cognome di Orietta), ha mai pensato al ritiro?
«Perché dovrei? A miei concerti ci sono tante persone, molte famiglie con bambini. E io non posso stare senza il pubblico».
Quale regalo si attende per questo importante traguardo?
«In passato mio marito Osvaldo mi donava quadri, vasi, oggettistica per la casa. Quest’anno il regalo lo faccio io. Sto preparando una festa in beneficenza per la gente della mia Romagna. Da ragazzina passavo le vacanze a Rimini, più avanti con gli anni a Casal Borsetti nel litorale ravennate e adesso con i nipoti d’estate andiamo a Riccione. La disastrosa alluvione che ha causato morti e feriti con conseguenze nefaste per l’agricoltura, la distruzione di migliaia di abitazioni, le aziende in ginocchio e l’inquinamento ambientale conseguenza del ristagno delle acque, necessitano di aiuti economici adesso. Servono soldi, tanti soldi. E io voglio fare la mia parte con una donazione. Concerti pro Emilia Romagna? Chi ha la capacità di organizzare questi eventi mi troverà sempre pronta e disponibile».
Il primo giugno uscirà un nuovo singolo che affronta un argomento politicamente divisivo come quello dei diritti civili e dell’omofobia.
«Sì, mi sono voluta regalare il brano “Diverso” per parlare direttamente a quelle mamma che, per ragioni a me incomprensibili, allontanano i figli al momento del coming out. Questo disco vuole sostenere la Casa Arcobaleno di Milano che accoglie ragazzi e ragazze ripudiati dalle famiglie e che lì trovano calore e rispetto. Rinnegare un figlio perché non è eterosessuale è assurdo e frutto di menti confuse. C’è troppa ignoranza sul tema dell’omofobia: io canto l’amore in tutte le sue forme e in tutte le sue declinazioni e non ci vedo niente di male se si è innamorati di una persona dello stesso sesso. Trovo barbaro e incivile nel 2023 nel nostro Paese questo tentativo di emarginazione. Sono orgogliosa di essere considerata un’icona gay. Da mezzo secolo ho amici omosessuali: persone rispettose, di grande sensibilità artistica e di un’intelligenza superiore. Li considero i miei “fratelloni” e se mi chiedessero di fare degli spot per la comunità Lgbt ne sarei lusingata».
Le secca non aver mai vinto il Festival di Sanremo nonostante le 12 partecipazioni?
«Meglio vendere i dischi che vincere. A parte Modugno e pochi altri, di solito chi si aggiudica la kermesse poi cede il passo. Vasco Rossi è l’esempio lampante di questa equazione. Ultimo in classifica, primo negli incassi. I cantanti sono sempre stati un oggetto che viene usato per trarre profitti. I complimenti di un discografico orgoglioso di te valgono più di tanti primi posti. Poi salire sul podio non porta troppo bene. Nel 1974 giunsi terza con il brano “Occhi rossi”. Ero influenzata e i parolieri Pace e Panzeri mi portarono in camera un barattolo di caviale. Se lo mangiarono loro e mandarono il conto alla casa discografica che alla fine lo fece pagare a me».
Come nasce la sua passione per il canto e a chi deve l’inizio della sua leggendaria carriera?
«Mio padre era appassionato di lirica e per problemi familiari fu costretto ad abbandonare gli studi. Quando sono nata ha sperato di avere in casa la nuova Callas. Sin da ragazzina ho partecipato a concorsi e ho ricevuto insegnamenti da maestri di canto e musica. Ero molto timida, ma lavorando sui vocalizzi e migliorando la timbrica nel 1961 sono arrivata seconda a un concorso canora al teatro Valli di Reggio Emilia. In sala c’era Giorgio Calabresi, uno dei più grandi parolieri italiani, che mi propose di andare a Milano per provare a entrare nel mondo della musica leggera. Senza la sua insistenza non ce l’avrei fatta perché di lì a poco mio padre rimase vittima di un incidente stradale. A casa c’era bisogno di soldi e stavo per essere assunta in una fabbrica del reggiano come disegnatrice di moda. Calabresi parlò con mia madre ed ebbi un’altra chance firmando nel 1964 un contratto con la Polydor».
Qual è l’artista più simpatico e divertente con cui ha lavorato?
«Lino Toffolo. Nel 2010 lui, io e Lino Banfi abbiamo girato in Argentina la fiction “Tutti i padri di Maria”. Faceva ridere più dal vivo che durante le scene. Una persona colta che se ne fregava degli stereotipi. Si vestiva in modo stravagante, ma con grande gusto. Abiti color pistacchio, arancio o fucsia con farfallino e cappello. Manfredi, il regista, al termine di una prova fece i complimenti alle costumiste per gli abiti di Lino. Lui, di rimando, in dialetto veneto “È tutta roba mia, voglio la percentuale”».
Fazio lascia la Rai: cosa ha rappresentato per lei.
«Il suo addio dalla tv pubblica mi addolora. Fabio è un grande professionista e non finirò mai di ringraziarlo. Mi volle lui come opinionista a “Quelli che il calcio”, io che di pallone non sapevo nulla. Sono rimasta incantata dal calore dello stadio. Non tifavo per nessuno: quando segnava una squadra mi alzavo in piedi e urlavo e la stessa coda accadeva quando a far gol erano gli avversari. E la gente rideva».
Oltre alla musica e allo spettacolo lei ha il pallino delle collezioni.
«A casa tengo 95 bambole provenienti da ogni parte del globo. Sono particolarmente legata a quelle anni Settanta acquistate nel Texas e che indossano gli abiti di “Via col vento”. Ho anche una discreta collezione dei “Puffi” e dei “Muppet” e un’altra di Acquasantiere di marmo o porcellana appese nelle pareti di casa. In mansarda raccolgo scarpe, borsette, scialli e soprattutto abiti di scena di seta e pailletes che indossavo durante le mie esibizioni in tv firmati Mila Schon, Laura Biagiotti e altri stilisti. Il mio amico Nicolò Cerioni, che veste i Maneskin, Jovanotti, Laura Pausini, Gianni Morandi e tanti altri, quando viene a pranzo a casa più che le mie tagliatelle tricolori adora salire in soffitta per quei capolavori di sartoria».
C’è una cantante o un artista con il quale le sarebbe piaciuto esibirsi?
«Mina, senza ombra di dubbio. Mi piace ascoltarla nei momenti di relax. La sua voce è inimitabile. Un tempo non andavano molto di moda i duetti, ma Paolo Limiti mi fece un gran regalo grazie a un filmato con una sorta di duetto virtuale».
Qual è stato il momento più difficile della sua carriera?
«Il dramma di Tenco mi ha scosso a lungo. Non ho mai creduto a quel bigliettino trovato accanto al corpo di Luigi in cui si leggeva che il suo estremo gesto era dettato da una giuria che mandava in finale il mio brano “Io, tu e le rose” escludendo “Ciao Amore”, la sua canzone. Il fratello del cantautore mi ha assicurato che la calligrafia non era quella di Luigi e c’erano errori grammaticali che non avrebbe mai commesso una persona colta come lui. Il cantante non era affatto un tipo invidioso. La sera delle prove lui era vicino a me prima dell’esibizione. A fine Festival doveva fare un concerto a Piove di Sacco nel padovano dove io ero già stata poco tempo prima e lo rassicurai che avrebbe avuto un’ottima accoglienza. Lui mi ringraziò. Quello che davvero è accaduto quella notte resta un mistero».
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