Gazzetta di Reggio

L’intervista al compositore

L’Eco in musica

Lisa Domenici
L’Eco in musica

Francesco Filidei – tutor artistico della Casa del Quartetto della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia – comporrà “Il nome della rosa” per la Scala nel 2025: «È stata dura, ma alla fine ho pensato: cosa avrebbe fatto Umberto?»

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Dopo il “Giordano Bruno” e “L’inondation”, arriva il terzo titolo operistico, “Il nome della rosa”con il quale Francesco Filidei debutterà alla Scala il 27 aprile 2025. Per la verità i titoli nel teatro musicale sono di più, perché al compositore pisano piace aggiungere due lavori: «Una sorta di oratori», precisa. Il primo risale al 2018, su testi di Stefano Busellato ispirati al libro “Il sovversivo” di Corrado Stajano, dedicato al giovane anarchico Franco Serantini, arrestato e morto in carcere, dopo una carica della polizia durante un corteo a Pisa nel ’72, dal titolo significativo “N.N. : Nomen Nescio, Nome Sconosciuto” per sei voci soliste e sei percussioni, eseguito nella Tenuta dello Scompiglio a Vorno (Lucca).

L’altro oratorio “La maschera della morte rossa”, del 2021, è tratto dal racconto di Edgar Allan Poe. È stato eseguito al festival di musica contemporanea di Donaueschingen, il più importante della Germania. Il lavoro prevede voci amplificate e un canto quasi pop.

Non guasta, per avvicinare con maggiore consapevolezza, questo interessante compositore, un breve profilo delle due opere ricordate.

“Giordano Bruno” in due parti e dodici quadri, su libretto di Stefano Busellato, è andata in scena al Piccolo di Milano nel 2014, ed è annoverata tra le composizioni di teatro musicale tra le più rappresentative del ventunesimo secolo.

L’idea è sorta in FrancescoFilidei durante il suo soggiorno a Villa Medici a Roma. Si sviluppa in 95 minuti divisi in due parti e dodici scene, basate sulle dodici note della scala cromatica (tasti bianchi e neri della testiera del pianoforte, ndr) . Le scene si suddividono in sei filosofiche, che mirano al pensiero alto, infinito, e sei scene biografiche che scendono nell’abisso tra le fiamme del rogo.

Ma per Filidei, la sua vera opera finora composta è “L’inondation”, creata nel 2019, per l’Opera Comique di Parigi. Il libretto di Joel Pommerat, ispirato al racconto di Evgenij Zamjatin. Le voci sono impostate e il canto richiama quello dei primi del ’900, perché, spiega Filidei, «è un progetto legato all’Opera Comique, dove è nata la versione di “Madama Butterfly”, che tutti conosciamo, dell’amato Puccini».

E adesso veniamo al presente, al lusinghiero incarico di mettere in musica “Il nome della rosa”.

La direzione è di Ingo Metzmacher, la regia di Damiano Michieletto. Tra gli interpreti principali Kate Lindsay nella parte di Adso da Melk e Lucas Meachem in quella di Guglielmo da Baskerville.

Maestro Filidei come è arrivata la proposta di scrivere per la Scala?

«Il racconto sarebbe un po’ lungo, perché mettere in musica il romanzo di Umberto Eco era un mio antico sogno nel cassetto. Finché il sovrintendente Dominique Meyer mi ha chiesto se volevo scrivere un’opera per la Scala. Naturalmente ho risposto sì. Poi mi ha contattato anche l’Opera di Parigi e così faremo due versioni: una in italiano e l’altra in francese. Come ai tempi di Verdi».

Davvero niente male. E allora, maestro, ci parli dell’opera. Chi sono i librettisti? Quanto dura? Come è strutturata?

«È evidente che un’opera funziona con un libretto. In questo caso ridurre un lavoro imponente come quello di Eco non è stato facile, tutt’altro. E questo ha influito anche sulla durata del mio lavoro, che si aggira su tre ore circa. Quindi un’opera lunga che ha richiesto, per ricavare il libretto, impegno e complicità tra il compositore e i librettisti. Che per fortuna sono i miei amici pisani Stefano Busellato e Carlo Pernigotti con i quali ho già lavorato e con loro l’intesa è perfetta. Sono affiancati da Pierre Senges e Hannah Duebgen. Per quanto riguarda la struttura, l’opera si innesta nella tradizione del grand-opera, con ventuno personaggi, anche se i più importanti sono tredici, che avranno arie e recitativi, secondo una simmetria già cara anche a Eco. L’opera quindi è divisa in sette giornate, di cui tre si concentrano nel primo atto, mentre le altre nel secondo. Come dicevo gli atti sono simmetrici e ogni scena o stanza è costruita su una nota, in modo da avvolgersi come i petali di una rosa»

Per ridurre un romanzo così complesso come “Il nome della rosa”, quale metodo di lavoro avete applicato?

«Ci siamo chiesti cosa avrebbe fatto Eco se invece di scrivere un libro avesse composto musica. Cioè se invece di usare le parole come fa uno scrittore, avesse usato le note come fa un musicista. La risposta ce l’ha fornita lui stesso nelle “Postille al Nome della rosa” quando rivela, che il libro prendeva la struttura di un melodramma buffo, con lunghi recitativi e arie».

Leggendo l’elenco dei protagonisti, mi pare che anche la tipologia vocale sia tradizionale. Lei ha utilizzato ad esempio, la voce femminile per il giovane Adso da Melk, descritto come novizio benedettino di 16 anni, mentre Guglielmo da Baskerville, dotto francescano cinquantenne, ha la voce più grave di baritono.

«Certo, perché è un’opera che parla del passato e perciò i protagonisti cantano invece di recitare. È un’opera incastonata in un contesto religioso e quando si prega spesso si canta. Io sono un organista e da ragazzino ho fatto il chierichetto nella mia parrocchia di San Francesco, quindi ho vissuto questo ambiente. Perciò niente musica elettronica, ma il suono di un organo sebbene virtuale, perché l’organo non si trova in orchestra. La tavolozza timbrica è molto varia. Anche per il coro: misto o solo maschile per il gruppo dei monaci e le voci bianche». 

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