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Un maestro nell’Italia fascista e la scoperta di cos’è davvero la libertà nel nuovo libro di Alessandro Di Nuzzo

Elisa Pederzoli
Un maestro nell’Italia fascista e la scoperta di cos’è davvero la libertà nel nuovo libro di Alessandro Di Nuzzo

Edito da Bompiani, il romanzo dello scrittore reggiano è un diario tra propaganda e presa di coscienza

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Reggio Emilia Era partito alla ricerca di conferme, ma la realtà che trova è molto diversa e gli farà mettere tutto in discussione. Guido Centofanti è il protagonista de “Il maestro del Duce”, il nuovo romanzo dello scrittore reggiano Alessandro Di Nuzzo edito da Bompiani. Un giovane maestro convinto degli ideali fascisti che nel 1937 sceglie di farsi mandare in una sede disagiata del Sud Italia. È attraverso il suo diario che il lettore ne segue il primo anno di insegnamento e, soprattutto, la progressiva crisi delle sue certezze.
Come nasce questo libro?

«Il libro nasce da una storia di fantasia, ma le fonti sono tutte storiche. Alla base c’è un lavoro di ricostruzione, soprattutto della scuola elementare durante il Ventennio fascista. È un tema che mi ha sempre affascinato e, allo stesso tempo, inquietato. Pensiamo al sussidiario delle Elementari: era il libro unico voluto dal regime. Contiene racconti che oggi sembrano incredibili. Nel romanzo ne riprendo uno dedicato a un bambino non vedente: va in piazza Venezia ad ascoltare un discorso del Duce e lì ritrova la vista».

Chi è Guido Centofanti?

«Vive questa scelta quasi come una missione per conto del Duce. Guido è cresciuto immerso in determinati ideali e inizialmente aderisce con convinzione al fascismo».

Com’ è la realtà che trova?

«Il luogo in cui arriva non è perfettamente identificabile. Siamo nel Sud più Sud che c’è, dimenticato per secoli e dimenticato anche dal fascismo. Nonostante i proclami del regime. Il maestro si trova davanti a una realtà completamente diversa da quella raccontata dalla propaganda. Incontra una povertà assoluta: bambini che arrivano a scuola senza scarpe e molti che a scuola non vanno affatto perché devono lavorare nei campi con i genitori. Poi incontra il podestà e capisce presto che non è affatto una persona limpida: si rivelerà corrotto. Alla fine lui stesso verrà anche allontanato ed esautorato».

Come cambia il suo sguardo sulla realtà?
«Guido incontra un confinato politico proveniente dal Nord, un intellettuale. Lo costringe a confrontarsi con le proprie contraddizioni. Gli ideali del giovane maestro sono in parte sinceri e persino positivi, ma non coincidono realmente con quelli del fascismo. Ma a cambiare davvero il maestro sono soprattutto i bambini».

Che impatto ha fare uscire una storia come questa oggi?

«Ho cominciato a pensare a questa storia circa dieci anni fa. All'epoca pensavo che il fascismo fosse ormai un periodo definitivamente consegnato alla storia. Dieci anni dopo, purtroppo, mi accorgo che non è così. Sentiamo giudizi secondo i quali il fascismo sarebbe stato un’epoca “complessa”. Io credo invece che il giudizio sul fascismo sia molto semplice e categorico: è stato un regime che ha soffocato libertà e giustizia. Trovo sorprendente assistere oggi, da alcune parti, a tentativi di riabilitazione o di revisionismo. Nel libro cito l'esergo greco “La felicità è solo nella libertà”. Ogni volta che ci si illude di poter barattare la libertà con una promessa di felicità si finisce per credere a una menzogna». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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