Gazzetta di Reggio

La regolazione non crea da sola la sovranità: servono domanda pubblica, capacità industriale e nuovi contrappesi europei

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(Adnkronos) - L’Unione europea sta passando da una regolazione concentrata sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori a un intervento che persegue esplicitamente obiettivi di politica industriale: riduzione delle dipendenze, resilienza e sovranità digitale. Ma nel settore tecnologico le regole tradizionali non bastano a costruire capacità industriale. È l’analisi proposta da Antonio Manganelli, professore di diritto e politiche della concorrenza all’Università di Siena e ricercatore del Centre on Regulation in Europe. Il rapporto tra regolazione e politica industriale non è nuovo. La liberalizzazione delle utilities, per esempio, ha creato mercati che non sarebbero nati attraverso la sola apertura formale. Nel digitale, però, il punto di partenza è diverso: non esisteva un monopolio legale locale da smontare, ma un ecosistema globale costruito su dati, standard, effetti rete, capacità di calcolo, scala e grandi capitali investiti in innovazione. Questi fattori si rafforzano a vicenda e sono molto più difficili da orientare con gli strumenti classici. Il Digital Markets Act punta alla contendibilità dei mercati, ma creare le condizioni di accesso non significa automaticamente far nascere imprese alternative europee. Tra la correzione del mercato e la costruzione di capacità industriale esiste un passaggio complesso. Per Manganelli, lo Stato può intervenire non soltanto come regolatore, ma anche attraverso la domanda pubblica. Appalti, fondi e criteri di acquisto possono sostenere tecnologie e infrastrutture strategiche, contribuendo a creare un mercato dove il settore privato da solo non investirebbe nella misura necessaria. Lo stesso cambiamento investe le telecomunicazioni. Nel Dna compaiono obiettivi nuovi rispetto alla regolazione economica classica: competitività, resilienza e target di investimento. Si riapre inoltre la discussione sul contributo delle grandi piattaforme ai costi dell’ecosistema digitale, compresi quelli legati al de-risking e alla sicurezza delle reti. Manganelli ha individuato quattro tensioni. La prima riguarda il confine tra enforcement e policy making. Usare l’attuazione delle norme esistenti per creare nuove politiche può produrre problemi di Stato di diritto, anche quando l’obiettivo è condivisibile. La seconda è istituzionale. La Commissione europea propone le leggi, attua le politiche industriali e svolge attività di enforcement. La concentrazione di funzioni nello stesso organismo può generare un conflitto di interessi interno. A livello nazionale, molti compiti sono affidati ad autorità indipendenti; l’Unione potrebbe dover riflettere su nuovi contrappesi. La terza tensione riguarda gli strumenti industriali. Le misure abilitanti, che costruiscono capacità, devono essere coordinate con quelle restrittive, che escludono attori e servizi dal mercato. Vietare un fornitore senza creare alternative può ridurre la dipendenza ma anche indebolire la competitività. La quarta è geopolitica ed economica. Il “Brussels effect”, cioè la capacità europea di proiettare le proprie regole oltre i confini, dipende dalla scelta tra contrapposizione e alleanze con giurisdizioni affini. Allo stesso tempo, ogni dipendenza segnala l’esistenza di un bisogno. Ridurla senza assicurare accesso alla tecnologia di frontiera può generare costi e ritardi. Il Parlamento europeo e il Consiglio possono intervenire soprattutto sul bilanciamento industriale ed economico. Più complesso è affrontare il conflitto di interessi istituzionale, che richiederebbe modifiche profonde. Ma il Parlamento, secondo Manganelli, può usare la propria rappresentatività per rafforzare il controllo democratico sulla nuova politica industriale europea. La sovranità digitale non sarà quindi il risultato automatico di nuove regole. Dipenderà dalla capacità di combinare mercato, domanda pubblica, investimenti, governance e alleanze internazionali, evitando che la riduzione delle dipendenze si traduca nella perdita di tecnologie necessarie alla crescita.

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