Gazzetta di Reggio

Neuropatie disimmuni, Rossi (Argenx): "Misurare impatto della cura sul paziente"

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Roma, 6 ott. (Adnkronos Salute) - “L'innovazione, per sua stessa definizione, è qualcosa di completamente nuovo, che rompe modelli interpretativi, cambia significati e quindi generalmente fa fatica a essere accolta nei nostri sistemi, se questi sono consolidati. Bisogna avere il coraggio di guardare oltre l'orizzonte avere modi diversi di leggere la malattia, di monitorarla. Con nuovi marcatori, con lenti diverse, potremo riuscire ad accorgerci di un processo di malattia che comunque si muove e che adesso non viene riconosciuto e questo può portare a evolvere paradigmi di monitoraggio e obiettivi terapeutici. Dobbiamo riuscire a misurare veramente l’impatto che un’innovazione ha sulla vita quotidiana. E credo che questo sia il passaggio fondamentale: dalla significatività statistica al significato per la persona”. Lo ha detto Silvia Rossi, direttore medico Argenx, partecipando al webinar ‘Dalla ricerca alla vita – Quando le biotecnologie diventano qualità della vita’, di WeHealth, promosso in occasione della Settimana europea delle biotecnologie 2026 dall’Associazione italiana dei pazienti di neuropatie disimmuni (Cidp) Italia Aps e realizzato con il contributo non condizionato della farmaceutica. “Se vogliamo capire come passare dalla ricerca all’innovazione terapeutica, credo che ci siano tre momenti fondamentali: la conoscenza, la collaborazione e, soprattutto, il coraggio - continua Rossi - Conoscere il processo di malattia è fondamentale per poter anche solo immaginare che cosa possiamo modulare e, soprattutto, dove abbiamo la maggiore probabilità di intervenire in modo sostanziale sull’andamento della malattia. Conoscere i mediatori coinvolti e i meccanismi che sottendono alla progressione o all’attività di una patologia rende possibile riconoscere un bersaglio e capire dove poter intervenire per modificare o fermare il processo di malattia". La medicina di precisione "è stata una delle grandi rivoluzioni di questi decenni. Ma poi serve la collaborazione - aggiunge - L’innovazione non nasce da una sola idea o in un solo luogo. Può nascere in un laboratorio di ricerca, in un ospedale, dall’osservazione di un medico, dall’intuizione di un ricercatore. Ma può diventare realmente innovazione soltanto mettendo insieme competenze diverse, comprese quelle dell’industria. In Argenx abbiamo sviluppato un modo innovativo di fare anche scouting scientifico: creare una piattaforma di condivisione dell’innovazione immunologica che mette la cooperazione e la collaborazione al centro della possibilità stessa di innovare. Il mondo accademico viene coinvolto lungo tutto il percorso di sviluppo di una possibile soluzione farmacologica. E poi serve il coraggio”. La ricerca “non procede in maniera lineare e sicuramente non è fatta di tanti successi uno dopo l’altro - chiarisce Rossi - Fa tanti piccoli passi avanti e colleziona tanti ‘Eureka’. Ma credo che i più importanti, quelli davvero decisivi, possano essere due: uno all’inizio del percorso e uno alla fine. Il primo ‘Eureka’ arriva quando il ricercatore, nel laboratorio, comprende che cosa può effettivamente essere cambiato. In quel momento comincia anche tutto il percorso della sperimentazione, che sappiamo essere lungo e difficile. Il secondo ‘Eureka’, forse il più importante, è quando cambia la vita della persona che riesce a fare qualcosa che prima non poteva fare, può riprendere un progetto che aveva dovuto accantonare, recupera autonomia o acquisisce nuove possibilità”. “In Argenx è un tema molto sentito, ma lo è sempre di più anche in molte altre aziende: sviluppare studi di ricerca insieme alle associazioni dei pazienti, ai ricercatori e ai caregiver - illustra Rossi - L’obiettivo non è fermarsi quando un farmaco viene riconosciuto come efficace, ma cercare di capire che cosa succede realmente nel suo utilizzo quotidiano. Dobbiamo riuscire a quantificare la vera efficacia mettendo insieme la componente clinica e costruendo anche endpoint nuovi, che non siano necessariamente quelli utilizzati tradizionalmente, ma che nascano dall’ascolto delle persone che vivono quotidianamente con quella patologia”.

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