Antonio Caprarica: «Vi spiego perché Kate Middleton ha preso Reggio Emilia a modello»
Il giornalista che per decenni ha raccontato la monarchia britannica ci illustra cosa porta la Principessa del Galles in città: «Qui si pratica un modello educativo apprezzato in tutto il mondo e lei da anni guarda a queste esperienze come a possibili punti di riferimento»
Reggio Emilia Ha raccontato per decenni la monarchia britannica. Quella di Antonio Caprarica è tra le firme più riconoscibili del giornalismo italiano: volto storico della Rai e narratore appassionato, a partire dalla corrispondenza da Londra è diventato per il suo pubblico una sorta di “cronista di corte”, restituendo al Bel Paese l’affresco della vita politica del Regno Unito e, soprattutto, delle vicende interne alla Casa Reale. Accanto al lavoro televisivo, ha coltivato un’intensa attività editoriale. “Kate e la maledizione dei Galles”, il suo penultimo libro pubblicato da Sperling&Kupfer nel 2025, è dedicato alla figura di Catherine Middleton, principessa del Galles attesa in città nelle giornate di mercoledì e giovedì, per una visita lavorativa volta a scoprire e osservare da vicino il metodo educativo conosciuto nel mondo come Reggio Emilia Approach. È proprio ad Antonio Caprarica che abbiamo affidato il compito di spiegarci il significato dell’incontro che non smette di sorprenderci: quello tra Reggio Emilia e la principessa del Galles.
Che significato assume l’arrivo di Catherine Middleton a Reggio Emilia nel contesto delle relazioni tra monarchia britannica e Italia?
«Occorre innanzitutto tenere conto di un elemento fondamentale: quella a Reggio Emilia è la prima visita all’estero della principessa dopo la malattia, un passaggio simbolico molto forte, che segna la ripresa dell’attività pubblica di Catherine e il suo ritorno sulla scena internazionale. La scelta dell’Italia, dell’Emilia-Romagna soprattutto, è particolarmente lusinghiera. La famiglia reale ha da tempo un rapporto di simpatia e attenzione verso questa regione. Penso alla visita di re Carlo e della regina Camilla a Ravenna, risalente soltanto allo scorso anno. Quello di Catherine, nello specifico, sarà un viaggio strettamente connesso al suo interesse dichiarato per l’infanzia. A Reggio Emilia si studia e si pratica un modello educativo osservato e apprezzato in tutto il mondo e la principessa da anni guarda a queste esperienze come a possibili punti di riferimento».
I valori e le idee sostenuti dal Reggio Emilia Approach trovano un’applicazione concreta nella vita familiare del principe e della principessa del Galles?
«Kate sta applicando alla crescita dei suoi figli una didattica centrata sull’autonomia, sulla creatività e sulla valorizzazione dell’individualità. È un’idea di educazione perfettamente in linea con la visione pedagogica che da anni la principessa sostiene pubblicamente. In questo senso, l’organizzazione familiare di William e Kate e la visita a Reggio Emilia appaiono perfettamente coerenti. C’è poi un aspetto più personale: l’attenzione di Catherine per il benessere, per la natura e per uno stile di vita equilibrato, valori che l’Emilia-Romagna, evidentemente, esprime in modo efficace».
La monarchia britannica sta vivendo una fase di crisi: penso, per esempio, all’incrinarsi dell’idea di irreprensibilità morale della famiglia reale con lo scandalo legato agli Epstein’s file, alla frattura Harry-Meghan ufficializzata nel 2020, all’ascesa di re Carlo dopo il regno iconico di Elisabetta. Questa visita ha, tra le sue finalità, quella di rafforzare il soft power britannico?
«Certamente sì. Oggi la monarchia britannica vale, in termini di consenso, quanto riesce a giustificare il proprio costo e una parte rilevante di questo equilibrio passa dal recupero dell’antico soft power legato alla famiglia reale. Come la visita di re Carlo a Washington, anche quella della principessa del Galles ha una funzione molto precisa. Catherine rappresenta una versione nuova della monarchia, più adatta ai tempi: più accessibile, più sociale, meno distante. È un processo di ammodernamento necessario, iniziato con il regno di Re Carlo, che ha aperto la strada a una monarchia più umana e meno sacrale. Elisabetta incarnava una figura quasi intoccabile, una sorta di divinità remota: il suo carisma derivava dalla distanza. Oggi, invece, il consenso passa attraverso la condivisione, anche degli aspetti più privati. La popolarità straordinaria di Catherine nasce proprio da qui. Non è “la principessa del popolo”, ma, in un certo senso, una principessa che viene dal popolo, dalla borghesia, e che per questo riesce a interpretare meglio le sensibilità contemporanee».
Lei ha raccontato per anni la monarchia britannica: vede in Kate una figura di continuità o di rottura rispetto al passato?
«La vera erede di Elisabetta è Catherine. E lo dico nonostante, o forse proprio grazie, a una storia personale che segna una rottura evidente con il passato monarchico a partire dalle origini sociali. La principessa incarna però in modo autentico i valori che hanno reso Elisabetta una figura centrale: la responsabilità, la dedizione al lavoro, la capacità di sacrificio. A differenza della cognata americana, che ha guardato all’istituzione del trono con insofferenza, Catherine la ama e la rispetta. In questo senso, la sua continuità con la sovrana è persino più profonda e autentica di quanto non appaia. La rottura vera, e importantissima, avviene invece sul piano emotivo e simbolico. Catherine porta nella monarchia una rivoluzione dell’amore. Con lei, la monarchia britannica smette di essere soltanto un meccanismo di potere e torna a essere una famiglia come le altre: concentrata, in particolare, sulla cura dei figli, che diventa metafora della cura dell’intero Regno».
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