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L’attesa della Principessa

«Gli inviati di Kate Middleton conquistati dall’assemblea dei bambini». Che cos’è il rito quotidiano nelle scuole di Reggio Emilia voluto da Malaguzzi

Massimo Sesena
«Gli inviati di Kate Middleton conquistati dall’assemblea dei bambini». Che cos’è il rito quotidiano nelle scuole di Reggio Emilia voluto da Malaguzzi

Reggio Emilia, la pedagogista Annalisa Rabotti racconta: «In tre giorni hanno respirato, sono parole loro, un grande senso di comunità, una comunità educante che continua a lavorare per la crescita dei più piccoli»

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Reggio Emilia «Quando gli emissari della principessa hanno varcato la soglia della scuola, i bambini erano alle prese con l’assemblea del mattino, quello che Malaguzzi chiamava sorridendo il Parlamento dei bambini. Assistere a questa sorta di magia quotidiana, con il pensiero dei bambini che si fa circolare e con i bambini che generano in continuazione domande e suggestioni, ha fatto sì che gli “inviati” di Kensington Palace ne siano stati letteralmente rapiti». Tra i testimoni delle visite e degli incontri preparatori degli emissari di Kensington Palace alla due giorni reggiana della Principessa del Galles – sarà a Reggio Emilia il 13 e 14 maggio -, vi è la pedagogista reggiana Annalisa Rabotti, da 22 anni impegnata quotidianamente nella cura e nella evoluzione delle idee di Loris Malaguzzi, «che quando parlava del suo lavoro – ricorda Rabotti – non parlava mai di metodo, ma sempre e soltanto di approccio, quella condizione di avvicinamento all’altro necessaria per entrare in comunicazione. Ecco la potenza dell’assemblea dei bambini».
 



Sarà stata questa magia dell’assemblea a convincere gli emissari della Casa Reale che sì, la scoperta del Reggio Approach vale il viaggio della Principessa?
«Non saprei, ma potrei risponderle con le parole di 130 educatori arrivati nei giorni scorsi da tutte le regioni italiane. In tre giorni in cui hanno respirato, sono parole loro, un grande senso di comunità, una comunità educante che continua a lavorare per la crescita dei più piccoli e lo fa da sempre, in direzione ostinata e contraria. Tanti educatori ci hanno manifestato proprio tutta la loro ammirazione perché con i tempi che corrono, e cito sempre le loro parole, il nostro è un modo alto di fare politica».
La visita della principessa Kate costituisce la prova della notorietà raggiunta dal Reggio Approach. Non c’è il rischio che tutto si riduca a qualcosa di cristallizzato e intoccabile? 
«Mi sento di escluderlo nel modo più assoluto. Proprio usando il pensiero di Malaguzzi. Certo il patrimonio storico, il lascito di una generazione che ha creato tutto questo è fondamentale ma è proprio l’approccio nato in quegli anni che oggi ci consente di andare avanti, in un confronto continuo tra di noi e con tutti gli altri attori di questa comunità educante».
 


È su questo che lavora l’équipe pedagogica?
«Certo. Tutti gli anni l'équipe costruisce momenti di formazione continua e permanente, si fa come testimone continua, una riflessione che non termina mai, anche perché al centro di tutto ci sono i bambini, il dialogo con loro non si interrompe mai e coinvolge tutte le modalità di espressione. Una delle caratteristiche che rendono il Reggio Approach così studiato un po’ ovunque è l’aspetto relazionale che si declina a tutti i livelli: nell’esperienza e nel dialogo quotidiano con i bambini, nel confronto con i genitori che in questo ecosistema rivestono un ruolo attivo di fondamentale importanza. Noi pedagogiste abbiamo poi anche un altro compito: quello di mantenere saldo, nella sua coerenza, il progetto 0-6. Un lavoro, questo che richiede davvero una coralità spinta, una corresponsabilità tra le insegnanti, l’équipe pedagogica, a cui spetta il compito di curare i progetti didattici nel rispetto dell’unicità di ogni singolo bambino. Nella pratica, ogni settimana raccogliamo le sollecitazioni che ci arrivano dai bambini e sulla base di queste sollecitazioni creiamo una sorta di backstage che organizzi la quotidianità della scuola. E lo facciamo coinvolgendo tutti coloro che vivono questa esperienza quotidiana».
È in questo modo che si fa ricerca?
«Assolutamente sì. Ricerca è l’altra parola che riesce a rendere appieno cosa significhi oggi il Reggio Approach. Nel Reggio Approach sono i bambini e le insegnanti i primi ricercatori, desiderosi di scoprire e comprendere il mondo e gli altri. E sono, glielo posso assicurare, dei ricercatori appassionati. La possibilità di sentitici parte di una ricerca condivisa è quello che ci ha salvato dal rischio di rimanere uguali a noi stessi nonostante i cambiamenti e le sfide dei tempi. La ricerca è quindi garanzia di futuro e di relazioni democratiche». E gli adulti che ruolo possono avere in questo percorso? «Un ruolo di regia, di ascolto, devono essere in grado di almentare le domande dei bambini». Dovesse indicare cosa rende diverso il Reggio Approach dagli altri metodi didattici, cosa direbbe? «Qui mettiamo al centro la relazione, il dialogo, con l’obiettivo che chiunque vi partecipi possa lasciare un segno. E il bambino è sempre al centro di un ambiente che deve stimolarlo. Non a caso, Malaguzzi definiva l’ambiente il terzo educatore dei bambini. E poi mai enfatizzare l’errore, anzi consentire al bambino di fare tentativi che lo portino a una sua crescita, anche mettendo in discussione e problematizzando l’esperienza». l © RIPRODUZIONE RISERVATA

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